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Green jobs: parte da qui lo sviluppo dell’economia italiana

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Già 3 milioni le occupazioni in questo settore. Bisogna dare fiducia al mondo della ricerca e a quello della formazione con nuovi meccanismi di incentivazione e politiche efficaci

Professioni verdi, occupazione giovanile e nuova imprenditorialità sono tre elementi essenziali per il potenziamento della green economy e lo sviluppo dei territorio. È questo uno dei temi al centro dell’agenda del Ministero dell’Ambiente e della prima conferenza nazionaleLa natura dell’Italia. Biodiversità e aree protette: la green economy per il rilancio del Paese”, in programma all’Università La Sapienza di Roma l’11 e 12 dicembre. Una occasione di confronto tra esperti del settore, istituzioni e mondo accademico sulla creazione di un nuovo modello di crescita, che garantisca lavoro e qualità della vita, valorizzando le aree protette e la biodiversità.

 

Secondo la definizione Ilo-Unep, sono green jobs  tutti quelle attività in agricoltura, nell’industria e nei servizi che contribuiscono a preservare o riqualificare la qualità dell’ambiente, non solo quelli direttamente associati a temi specifici della sostenibilità ma anche all’efficienza, alla qualità e all’innovazione di beni e servizi offerti in un’ottica verde. Ad oggi nell’economia italiana i lavoratori impegnati in questo senso sono circa 3 milioni. A questi si aggiungano altri 3 milioni e 700 mila figure potenzialmente attivabili dalla green economy. Nel 2013, secondo dati di Symbola e Unioncamere, sono state quasi 300 mila le assunzioni complessive.

 

Di queste, una buona parte è stata impiegata all’interno dei parchi nazionali, regionali e nei siti Natura 2000, con tassi che non scendono al di sotto del 20%. Numerose sono state le proposte avanzate per consolidare la presenza di queste figure all’interno di un modello di crescita nuovo per l’Italia. Prima di tutto dando maggiore spazio al mondo della ricerca, soprattutto per quel che riguarda le attività di trasferimento tecnologico alle nuove professionalità. Un ruolo centrale deve essere affidato anche ai parchi scientifici e alle aree protette, che possono assicurare ricadute economiche positive sulle collettività locali.

 

La formazione resta la leva strategica e irrinunciabile verso la green economy e una reale crescita del reddito e dell’occupazione. Da qui la proposta di un progetto unitario e integrato, che dovrebbe agire su tre versanti: quello della formazione manageriale, del perfezionamento di specifiche professionalità settoriali e quello dell’assistenza e affiancamento allo sviluppo dei green jobs. Ma i veri ambiti chiave dello sviluppo sono la conservazione e la valorizzazione della natura.

 

Il modello così realizzato dovrà fare leva sul ruolo di “laboratorio di buone pratiche” che possono svolgere queste siti, attraverso politiche legate alla gestione del paesaggio, al turismo sostenibile, ai beni culturali, al sostegno del settore agricolo e alla pianificazione e progettazione edilizia. Imprescindibile per il mantenimento di una economia vitale nelle stesse are protette è la costituzione di Reti, locali e non, che sostengono le imprese attraverso un reciproco interscambio. Bisogna riflettere sulle politiche a sostegno di questo modello, prevedendo incentivi a  favore delle startup green e alla domanda di prodotti verdi.

 

In questo sistema gli enti, pubblici e privati, svolgono un ruolo centrale. Servono meccanismi di finanziamento e politiche efficaci per favorire un maggior raccordo tra amministrazioni centrali e periferiche, per azioni che vadano nella direzione della conservazione della biodiversità e della promozione all’esterno delle attuali aree protette.