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“Gli unici anticorpi della violenza in Rete siamo noi”

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"Fermare un messaggio violento sui social network è possibile, basta non condividerlo". A colloquio con Giovanni Boccia Artieri, sociologo della comunicazione e rappresentante dell'Associazione Parole O_Stili

di Elena Angiargiu 

Facebook compie 15 anni. Era il 4 febbraio 2004 quando Mark Zuckerberg lanciava ufficialmente la piattaforma, nata esclusivamente per gli studenti dell'Università di Harvard poi aperta a tutti gli utenti, almeno tredicenni, e diventata in breve tempo un enorme successo.  

Oggi, Facebook conta oltre 2 miliardi di utenti attivi al mese nel mondo. Non è solo il social network più popolare, è anche una delle prime fonti di informazione sul web. Ma è soprattutto un luogo di discussione che spesso diventa terreno di scontro, facendo da cassa di risonanza di conversazioni anche caratterizzate da toni forti e offensivi che, oltre a trovare spazio sempre maggiore sul social network, catalizzano sempre di più l’attenzione dei media.  

“Possiamo fermare un messaggio violento non condividendolo in Rete, altrimenti finiamo per amplificarlo”, ci ha spiegato Giovanni Boccia Artieri, Professore di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, membro dell'Associazione Parole O_Stili.

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Professor Boccia Artieri, Facebook al momento della sua nascita era un luogo "pacifico"?

Facebook al momento della nascita, nel 2004, era costituito da piccoli gruppi che si scambiavano informazioni tra loro e spesso parlavano in terza persona. Solo dopo circa 4 anni si è trasformato nel social globale come lo conosciamo oggi.

In Italia, Facebook ha adottato modalità e linguaggi mainstream, molto spesso traslati dalla televisione. Come nei talk show degli anni ’80 e ’90, dove si creavano due ali contrapposte e tendeva a prevalere una comunicazione urlata, divisiva e polarizzante, un social network come Facebook, per la sua logica di funzionamento, agevola la polarizzazione: le persone si identificano spesso contro o a favore di un tema o di un’altra persona.

  

Come funziona questa polarizzazione? Può farci qualche esempio? 

In politica, ad esempio, circolano maggiormente argomenti di stampo divisivo e si arrivano a intercettare audience che possono fare massa contro chi la pensa diversamente. Gli argomenti di cui si parla online, da un lato producono visibilità e consenso, dall’altro dissenso. Nei commenti al post di un politico, ad esempio, non è detto che le risposte siano argomentate, ma Facebook diventa spesso uno “sfogatoio”, dove si crea un clima più oppressivo di quanto le stesse persone intendano produrre. 

Gli utenti hanno poca consapevolezza di come vengono percepiti in pubblico: da alcune ricerche emerge che, messi di fronte ai loro messaggi, addirittura si stupiscono nel suscitare una reazione forte. Questo appunto perché agiscono spesso usando il social network in un momento di sfogo.

 

Succede anche fuori dai social network? 

Dato che spesso i messaggi che vengono dalla Rete utilizzano linguaggi molto forti, ci si sente legittimati a seguire una retorica molto carica in cui riversare disagi e frustrazioni. Questo fenomeno non riguarda solo i "leoni da testiera", ma succede anche nella quotidianità, nelle conversazioni più amicali e disinibite o nei cori razzisti allo stadio. Le persone, singolarmente, con molta probabilità non lo farebbero, ma in quell’ambiente si sentono legittimate a esprimersi sopra le righe. Esattamente come accade all’interno del cosmo Facebook.

Il corpo non è presente e non costituisce un freno, ci sono meccanismi di distanza e con la comunicazione si può dire di tutto. Nel social network, i soggetti che comunicano, prima erano semplicemente parte di un pubblico, adesso possono prendere la parola.

 

In che modo, dunque, le conversazioni arrivano a raggiungere toni offensivi e di intolleranza?  

Ogni tanto si verificano delle “ondate”, a partire da casi di attualità. Per esempio, nei casi di cronaca dei migranti morti in mare, una prima ondata è di attenzione e solidarietà, poi immediatamente si produce una specie di “risacca” da cui tende a emergere il dissenso.

 

Tornando all’attualità, cosa pensa delle fake news sui social network spesso rilanciate anche dai media? 

Le piattaforme possono fare poco in questo senso. Possono lavorare sulla disinformazione come sta cercando di fare Facebook, che ci segnala i contenuti informativi nel nostro News Feed, permettendoci di approfondire notizie di nostro interesse.

Esiste il diritto di parola e il confine tra ciò che si può esprimere o non si può esprimere online è molto labile. Gli unici anticorpi in Rete siamo noi. Possiamo fermare un messaggio violento non condividendolo, altrimenti finiamo per amplificarlo. È una specie di effetto paradossale e questo accade anche per le fake news: l’attenzione riservata a determinati argomenti non fa altro che dare loro più visibilità, anche se noi utilizziamo sui social un tema per dire che non la pensiamo così. Molto spesso le fake news non vengono prodotte per destabilizzare il sistema ma perché un sito di fake news attrae persone interessate a temi particolari e la presenza sul sito veicola contatti e anche pubblicità. E certe notizie trovano spazio anche in televisione. Molto spesso le fake news non vengono prodotte per destabilizzare il sistema ma perché un sito di fake news attrae persone interessate a temi particolari e la presenza sul sito veicola contatti e anche pubblicità.

 

Si parla tanto di cyberbullismo soprattutto tra i più giovani. Le nuove generazioni come si relazionano a Facebook? 

Gli adolescenti stanno uscendo da Facebook o non ci sono affatto. Facebook ha acquistato anche Instagram e WhatsApp per intercettare i più giovani. C’è da domandarsi se i giovani che non sono su Facebook ci entreranno un domani oppure se sono in ambienti dove la polarizzazione non c’è o è diversa. 

Facebook è una realtà mobile, così come mutevole è l’esperienza degli utenti che dipende dalla loro biografia e dalle loro esigenze nell’utilizzo del social. Gli utenti, inclusi i giovani, cercano un ambiente comunicativo che possa essere di loro interesse. Altrimenti, si spostano altrove. Più il mondo di Facebook si è ‘adultizzato’ e più gli adolescenti sono usciti dal social network. In queste reti sociali, vediamo cosa producono i nostri contatti: nel mondo degli adulti, le tematiche non sono tanto quelle dell’intrattenimento o del divertimento ma sono soprattutto di polarizzazione e di conflitto.

 

Come si può tornare a vivere il social network senza ostilità?  

Si deve partire dall’educazione, facendo diventare Facebook e i social network parte del percorso educativo nelle scuole, mostrandone le potenzialità. Ed è un percorso che dovrebbe iniziare fin da piccoli, quando i bambini cominciano ad avere la consapevolezza di stare in pubblico e iniziano a costruirsi una propria identità pubblica. 

Questi concetti possono essere integrati normalmente nel percorso didattico. Realizziamo un’esperienza di questo tipo con il “Manifesto della comunicazione non ostile”: un insegnante, ad esempio, può chiedere agli studenti di postare delle stories su Instagram riguardo ai Promessi Sposi, per esprimere il senso di un capitolo o raccontare in modo trasversale un personaggio. È la dimostrazione che gli strumenti usati nell’intrattenimento possono essere impiegati anche nella didattica. 

 

Per insegnare la corretta comunicazione in Rete ai più giovani Parole O_stili sta lavorando, quindi, con i docenti e la scuola. Cosa si può fare, invece, per modificare il modo di agire degli adulti? 

Vale innanzitutto la responsabilizzazione di soggetti che hanno un grande seguito sui social e di conseguenza tanti follower, come politici, giornalisti e calciatori che, per primi, dovrebbero dare il buon esempio. È un percorso sociale molto lungo, ma bisogna partire dal senso di responsabilità per gli adulti e dall’educazione per i giovani. Bisogna adottare comportamenti concreti: le persone non si possono cambiare con le leggi, che già esistono. Prima di diffondere un contenuto violento, sessista o con un messaggio di intolleranza, che potrebbe presentarsi in modo scherzoso e far ridere la nostra audience, bisogna pensarci bene perché in realtà non si fa altro che amplificare determinati messaggi.

 

A breve il “Manifesto della comunicazione non ostile” festeggerà il suo secondo anno di vita. Può farci un breve resoconto del lavoro che avete fatto e la soddisfazione più grande?  

Mi ha stupito la capacità del Manifesto di propagarsi, è stato tradotto spontaneamente in tante lingue diverse. Inoltre, è stato adattato ad alcuni settori della società, che lo hanno sostenuto declinandolo secondo le proprie esigenze. Sapere che il Manifesto è stato sottoscritto da molti, in contesti diversi tra loro, è una grande soddisfazione. Gli insegnanti lo utilizzano nelle scuole e ragionano in merito ai suoi principi con gli alunni, molte aziende lo hanno adottato, quasi tutte le forze politiche lo hanno sottoscritto e ne esiste anche una versione declinata per il mondo dello sport che ha ricevuto il supporto del CONI.

Il decalogo è nato online: una comunità di utenti, ferita dai messaggi di violenza e intolleranza che circolano sul web, ha deciso di autoconvocarsi e sottoscrivere questi principi, confrontandosi in maniera democratica. Uno dei momenti più emozionanti, che mi piace ricordare, è la Medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica Italiana a riconoscimento dell’iniziativa, arrivata il 12 giugno 2018 nella sede dell’associazione “Parole O_Stili”. Il nostro lavoro, però, non è ancora finito. Continueremo a diffondere i temi del Manifesto, che risponde a un bisogno comune: cambiare le cose, di educare ed educarci.