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Giornata mondiale dell'Alimentazione: stiamo divorando il pianeta, a rischio la biodiversità

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Eva Alessi di WWF Italia, in occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione: “Le scelte non riguardano soltanto quale cibo portiamo in tavola, ma anche come e dove viene prodotto. Abbiamo solo nove anni per cambiare abitudini”

“Le diete amiche del pianeta sono un modo per sensibilizzare tutti sul fatto che le nostre abitudini a tavola stanno divorando la Terra, spesso senza che ce ne accorgiamo. Non è una questione banale, perché alla salute del nostro pianeta è collegata direttamente anche la nostra salute, come ci ha dimostrato e ci sta dimostrando l’emergenza Covid-19. Siamo chiamati a fare alcune scelte obbligate se vogliamo evitare di mettere a rischio, come sta accadendo oggi, il 70% della biodiversità terrestre e il 50% di acqua dolce, e questo riguarda non soltanto quale cibo portiamo in tavola, ma anche il modo o il luogo in cui viene prodotto. Si tratterà anche di cambiare i nostri regimi alimentari”. Lo dichiara Eva Alessi, responsabile Consumi sostenibili e Risorse naturali di WWF Italia. In occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione, che si celebra il 16 ottobre, la Fondazione ha lanciato la Food Week, una settimana di sensibilizzazione per richiamare l’attenzione su questo argomento. Con tanto di hashtag, #Menu4Planet, utilizzato sui canali web e social per promuovere azioni che vadano nella direzione di un’alimentazione “amica del Pianeta”.

Quanto costano al pianeta le nostre abitudini alimentari?

Soltanto per condividere qualche numero esemplificativo, i nostri sistemi alimentari sono responsabili del 70% dell’uso di acqua dolce, e dello sfruttamento di circa il 40% (~ 4,2 miliardi di ettari) di tutta la superficie terrestre abitabile. Togliendo la parte ghiacciata e i deserti, l’agricoltura è di gran lunga l’attività umana che usa più terreno in assoluto sul pianeta e sono tutti i terreni migliori. Questo ha causato la perdita del 75% delle foreste tropicali per fare spazio soprattutto a coltivazioni intensive, ad esempio di olio di palma, soia, caffè o canna da zucchero, e al pascolo dei bovini. Il sistema alimentare, inoltre, è responsabile del 26% delle emissioni di gas climalteranti, più di quanto non faccia ad esempio l’industria dei trasporti.

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Quale sarà il ruolo delle nuove tecnologie per arginare questa tendenza?

La ricerca e le tecnologie emergenti aiuteranno sicuramente, perché consentiranno di mettere in efficienza l’agricoltura o anche l’allevamento, riducendo l’impatto sull’ambiente e sull’uso delle risorse. Ma la situazione attuale deve portarci a cambiare drasticamente il modello dell’agricoltura, rendendolo più sostenibile e biologico, e in parallelo a rivedere tutta la nostra alimentazione. Continueremo a mangiare, ma in modo diverso. Ad esempio mangiando meno carne contribuiremmo a dare vita a un circolo virtuoso per cui sarebbero necessari meno animali da allevare: questo comporterebbe un più basso fabbisogno di mangimi per alimentarli e di conseguenza meno superficie e meno risorse utilizzate per coltivarli. Questi terreni “liberati” potrebbero rinaturalizzarsi con benefici per la biodiversità.

Qual è in questo momento la situazione del pianeta rispetto all’alimentazione?

Credo che sia fondamentale partire da una premessa: oggi ci troviamo in un pianeta devastato dalle diseguaglianze. La fame ha ricominciato a crescere da 4 anni, ci sono 821 milioni di persone affamate.

L’altra faccia della stessa medaglia è che abbiamo 2 miliardi tra persone obese e in sovrappeso; spesso fame e obesità possono persino convivere nelle stesse famiglie: si registrano questi casi dove le disponibilità economiche non sono alte e non si ha accesso a cibo nutriente. Non tutti possono fare attenzione a come e dove i cibi vengono prodotti, e questo contribuisce in generale alla malnutrizione, in Italia e nel resto del mondo.

In Italia, che possiede una tradizione culinaria di tipo mediterraneo, migliore rispetto a tanti stati europei, è grasso un minore su quattro. Dato molto più alto della media europea dove a combattere con il peso è un bambino su otto. Parliamo di circa 2 milioni e 130mila tra bambini e adolescenti sovrappeso o obesi. Il 74% consuma frutta e/o verdura ogni giorno, ma solo il 13% arriva a 4 o più porzioni. Elevata invece la quota di quanti consumano quotidianamente dolci, bevande gassate e snack salati poveri di nutrienti e ricchi di grassi e zuccheri.

A questo si aggiunge la questione dello spreco alimentare: cosa è successo durante il lockdown?

Su scala globale, secondo la FAO, il 14% della produzione alimentare va persa. È un fenomeno che è tornato ad aumentare con l’emergenza causata dalla pandemia, anche per via dell’interruzione della circolazione di alcuni prodotti. Le macro-cause sono state essenzialmente due: le perdite e gli sprechi.

Perdite e sprechi Nel primo caso parliamo delle difficoltà della supply chain dal campo alla conservazione, dallo stoccaggio al trasporto.

Nel secondo parliamo invece di quello che è accaduto proprio nei frigoriferi delle nostre case. Ovviamente durante il lockdown sono aumentate le perdite, a causa dei porti bloccati o di altre difficoltà logistiche. Le perdite nei Paesi in via di sviluppo avvengono soprattutto nella prima fase, a causa delle inadeguatezze dei sistemi di trasporto e di immagazzinamento, o di condizioni ambientali estreme. Nei paesi ad alto reddito invece il problema si sposta su di noi, i consumatori, e sulla vendita al dettaglio.

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Per quale motivo?

Intanto perché abbiamo norme sulla qualità e sull’aspetto esteriore dei prodotti molto rigide. E poi, anche a causa della nostra vita frenetica, facciamo male la spesa, e tanto cibo acquistato viene buttato. Secondo i dati dell’Osservatorio Waste Watcher sprechiamo circa 700 grammi di cibo al giorno a famiglia. Restringendo la visuale all’Italia, il 70% degli sprechi complessivi nel nostro Pese avviene in casa. Per questo abbiamo deciso di stilare un vademecum che aiuti le persone a non sprecare il cibo. Abbiamo una grande responsabilità, perché i comportamenti sbagliati in questo campo non sono soltanto ambientalmente inaccettabili, ma lo sono anche eticamente: il cibo che non nutre non solo è inutile, ma rappresenta un danno per l’ambiente sprecando risorse, comportando emissioni di gas serra e lavoro umano inutile.

Passiamo allora al vademecum: quali sono i consigli di Wwf Italia?

Inizierei dal fatto che spesso non siamo capaci di leggere bene le indicazioni sulla scadenza dei prodotti, che nel 63% dei casi finiscono nella spazzatura perché non sono stati consumati in tempo. Questo vuol dire anche che non siamo in grado di pianificare bene la spesa, come dimostra il fatto che il 53% del cibo fresco viene eliminato perché ammuffito: è il caso di frutta, insalate, verdura e pane. 

Il primo consiglio è quindi quello di pianificare più attentamente la spesa, facendo una lista dettagliata e attenendosi a quella.

In secondo luogo sarà molto importante distinguere le date di scadenza; per indicarle infatti ci sono due diverse diciture: “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro”. I significati sono diversi, perché nel primo caso si tratta di cibi che dopo quella deadline non possono più essere consumati, mentre nel secondo si tratta di un’indicazione meno tassativa, che indica cibi che hanno perso alcune delle loro qualità ma sono ancora commestibili. 

C’è anche un metodo da utilizzare per conservarli in frigo?

Sì certo. Ma prima di questo c’è ancora da dire che dobbiamo essere molto attenti a non acquistare confezioni danneggiate, e che spesso bisogna essere molto rapidi a tornare a casa e conservare i cibi nel modo più adatto. Ci sono infatti prodotti altamente deperibili, come ad esempio latte e latticini, salse, carne che non possono rimanere a temperatura ambiente per più di un’ora. Detto questo, dobbiamo aggiungere che sarà bene sistemare i cibi in modo che i più visibili, “in primo piano”, siano quelli con scadenza più ravvicinata.

Inoltre per conservare bene gli alimenti - e non sprecarli - devono essere disposti correttamente nei ripiani: il ripiano più freddo è subito sopra i cassetti e ci va pesce, carne e formaggi, nei ripiani più alti salumi, yogurt, marmellate, cibi già cotti.

Quanto alla temperatura, deve sempre essere tra i 4 e i 5 gradi. Come vede sono consigli di buon senso, nulla che faccia saltare sulla sedia, ma sono indicazioni che difficilmente nella vita di tutti i giorni riusciamo a rispettare visti i dati di spreco nel nostro Paese.

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E così arriviamo ai fornelli…

Anche quando cuciniamo dobbiamo avere alcune accortezze per evitare sprechi. In questo caso la cosa più importante è fare attenzione alle quantità, perché gli avanzi non sono semplicissimi da conservare, e spesso ci dimentichiamo di consumarli. Inoltre spesso presentano problemi di tenuta, ed è semplice che dopo un passaggio in frigo si rovinino e passino direttamente alla pattumiera. Sono scelte semplici ma importantissime perché abbiamo davanti soltanto nove anni per rivedere il sistema di produzione alimentare a livello globale se non vogliamo trovarci a un punto di non ritorno: questo sarà possibile soltanto attraverso un cambio dei regimi alimentari di ciascun Paese.

Cosa possiamo aggiungere sulle confezioni e sul packaging?

In questo caso dobbiamo essere attenti a trovare il giusto compromesso tra gli imballaggi e lo spreco. Spesso il packaging infatti consente ad alcuni prodotti di conservarsi più a lungo, ma dobbiamo evitarlo ogni qualvolta è possibile acquistare un prodotto sfuso, in primis frutta e verdura, formaggi, carne fresca. E per quanto riguarda l’acqua è sempre preferibile consumare quella di rubinetto che in Italia, a parte pochi casi, è di ottima qualità e controllatissima invece di utilizzare la plastica delle bottiglie di quella confezionata. Stesso discorso vale per i detersivi e i prodotti per l’igiene personale: ormai stanno nascendo tanti punti vendita che propongono questo genere di prodotti, e fare questa scelta vuol dire orientarsi con decisione verso la sostenibilità ambientale dei nostri acquisti.

Per saperne di più: consulta WWF Italia.