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Fare network e innovare, il futuro delle startup italiane

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Marco Trombetti, Ceo di Translate e fondatore di PI Campus, ci ha illustrato qualche differenza tra l'ecosistema italiano e il modello californiano: “Quello che ci manca è la cultura della crescita”

“In Italia il mercato delle startup è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, ma siamo ancora in una fase decisamente iniziale per la nascita di un ecosistema completo”. Marco Trombetti, Ceo di Translated e uno dei tre i fondatori di PI Campus insieme a Gianluca Granero e Isabelle Andrieu, è una di quelle persone in grado di fotografare una realtà variegata e complessa in poche parole e qualche esempio pratico. Merito dell'esperienza maturata negli anni, soprattutto in California; ed è proprio dal Sud della West Coast che partiamo per capirne di più sulle dinamiche del mercato italiano.

“Anni fa in California, dove avevamo la maggior parte dei nostri clienti, abbiamo notato che le persone scambiavano rapidamente una quantità elevata di informazioni – spiega Trombetti ad Energie Sensibili – bastava semplicemente andare al bar e potevi imbatterti in un collega esperto che nel modo più informale possibile poteva darti una dritta o un'idea illuminante. È questa atmosfera, questo scambio di conoscenze e know-how che abbiamo voluto portare a Roma con PI Campus. In una parola offriamo network, la capacità di essere esposti ad altre esperienze, a imparare dai successi e dai fallimenti di persone con esperienza e progetti diversi, riunite nello stesso posto.”

 

In una prospettiva internazionale a che punto siamo con il mercato delle startup italiane?

“Innanzitutto qui da noi il mercato è molto frammentato e con esperienza di base, quindi le probabilità di fare sistema e crescere sono basse - risponde Trombetti - Cinque anni fa il gap di conoscenze tra queste due realtà era incredibile, ma grazie alla diffusione di informazioni tramite blog, podcast ed esperienze personali queste girano più rapidamente. Ad esempio, in un report di Cb Insights, data base di venture capital e angel investor, viene sottolineato che l'Italia quest'anno è stato il mercato con la crescita più intensa in investimenti tecnologici: è un dato molto positivo, ma va considerato che è facile ottenerlo partendo da risultati deboli. Nel nostro Paese parliamo di 44 milioni di investimenti venture capital in tecnologia, in Inghilterra si arriva a 1,7 miliardi”.

 

Tornando alla California, che tipo di gap c'è con l'Italia, al netto delle differenze strutturali tra due realtà lontane?

“Sono stato a marzo in California per il Y Combinator Demo Day, durante il quale Y Combinator (tra i più importanti fondi di investimento seed) ha presentato 104 startup. Ho notato come queste realtà innovative si confrontano con il nostro mercato attuale e devo dire che siamo abbastanza in linea sia sul versante tecnologico che sulla definizione ed execution per la soluzione di un problema. Questo almeno in fase di startup, perché in quelle successive c'è un grossa differenza in termini di capitale umano e management, ossia non abbiamo le stesse competenze e le risorse finanziarie. Ma la differenza principale che ho notato è la cultura della crescita. Ad esempio da Y Combinator l'intero team si focalizza sull'unico obiettivo di far crescere l'azienda del 15% ogni settimana, ed è una cosa che manca in Italia: in questo modo tutte le competenze e differenze di settore nell'azienda vengono convertite in un solo obiettivo e nelle azioni per realizzarlo”.

 

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