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Elena Caneva: “Al fianco di donne e bambini per garantire i loro diritti”

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La coordinatrice dell’area advocacy nazionale, policy e centro studi di WeWorld Onlus: “Diamo alle persone l’opportunità di prendere coscienza delle proprie capacità, aumentando la consapevolezza di poter fare anche altro oltre che curare casa e bambini”

“Abbiamo attualmente in campo 158 progetti nel mondo sui diritti delle donne e dei bambini, che possiamo considerare come le categorie sociali più a rischio di cadere in povertà o di vedere lesi i propri diritti. Ma, soprattutto all’estero, l’attenzione si sposta per forza di cose anche sulla questione ambientale, sull’emigrazione, sui conflitti e sulle guerre in ambito umanitario. In Siria, in Palestina e in Libano, ad esempio, siamo impegnati sull’educazione dei bambini in contesti di emergenza. Raggiungiamo oltre 7,2 milioni di beneficiari diretti e 42,4 milioni di beneficiari indiretti in Italia, Siria, Libano, Palestina, Libia, Tunisia, Burkina Faso, Benin, Burundi, Kenya, Senegal, Tanzania, Mozambico, Mali, Niger, Bolivia, Brasile, Nicaragua, Guatemala, Repubblica Dominicana, Haiti, Cuba, Perù, India, Nepal, Tailandia, Cambogia”. A spiegare la mission di WeWorld, Onlus impegnata in Italia e nel Mondo per i diritti dei bambini e delle donne garantendo istruzione, salute e protezione da violenze e abusi, è Elena Caneva, coordinatrice dell’area advocacy nazionale, policy e centro studi dell’organizzazione che opera oggi in 27 Paesi, compresa l’Italia, dall’Asia all’Africa all’America Latina.

Elena, qual è l’impegno di WeWorld in Italia?

Il nostro approccio è in generale di lavorare con le realtà locali, sia in Italia sia all’estero, dove abbiamo uffici ma collaboriamo con associazioni del posto. Crediamo fermamente che con questo approccio si riesca a entrare davvero nel vivo dei problemi territoriali e dei disagi che le persone vivono in singoli contesti specifici. Anche in Italia lavoriamo per la promozione dei diritti delle donne, dei bambini e degli adolescenti, prevalentemente nel contrasto della dispersione scolastica e della povertà educativa. Un esempio è il “Progetto React” finanziato da “Con i bambini”, impresa sociale che sta sostenendo molti progetti sul tema educativo, con bandi divisi per fasce di età. Attraverso questo bando vinto nel 2018 stiamo portando avanti un progetto in 10 realtà territoriali in tutta Italia, dalla Lombardia alla Sicilia, in quartieri particolarmente difficili, assieme ad associazioni e cooperative locali, che conoscono bene i quartieri, i problemi e le persone. Abbiamo creato centri di sostegno, supporto e accompagnamento per bambini e ragazzi tra gli 11 e i 17 anni, dove offriamo un aiuto a tutto tondo rivolto a preadolescenti e adolescenti: non soltanto affiancandoli per la scuola e per i compiti, ma con lo sviluppo di una serie di competenze sociali e relazionali, in un progetto di formazione a tutto tondo. Lavoriamo in questo modo allo sviluppo della comunità educante, coinvolgendo gli attori sociali che contribuiscono in maniera diretta o indiretta alla formazione dei bambini: dagli insegnanti alle famiglie fino agli operatori informali, come ad esempio il bibliotecario e l’edicolante di quartiere.

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Passiamo all’universo delle donne. Quali sono i principali progetti in cui siete impegnati in Italia?

Anche in Italia ci sono sacche di marginalità della popolazione femminile che non ci aspetteremmo. Il programma più consistente che abbiamo in questo momento si chiama “Spazio donna” e prevede la presenza di alcuni centri di aggregazione per donne in quartieri disagiati. Ne abbiamo in tutta Italia, da Scampia, a Napoli, a San Basilio, nella periferia della Capitale, fino al Giambellino, a Milano, e nel centro storico di Cosenza. Nei quartieri abbiamo creato centri di aggregazione per donne aperti a tutte, anche con i bambini al seguito. Svolgiamo attività per l’empowerment delle donne, per aiutarle a prendere coscienza di sé. Si tratta di contesti in cui il tasso di scolarizzazione delle donne è spesso molto basso, dove molte ragazze diventano madri in giovanissima età e si trovano a “ricalcare” un modello familiare in cui vengono percepite soltanto come mogli e come madri. Si tratta di ragazze che in gran parte sono italiane, che magari hanno abbandonato il lavoro con la nascita del primo figlio e che dipendono completamente dai mariti.

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Qual è il vostro ruolo in questo contesto?

La prima cosa è lavorare per lo sviluppo della coscienza di sé. Questo può avvenire - e abbiamo fatto esperienze di questo genere - con la creazione di laboratori, ad esempio per la creazione di gioielli, che poi vengono venduti nei mercati locali: serve per dare un’opportunità alle persone di prendere coscienza delle proprie capacità, anche in termini economici, aumentando l’autostima e la consapevolezza di poter fare anche altro oltre che curare la casa e i bambini. Si tratta inoltre di iniziative che consentono di prevenire o far emergere forme di violenza di cui magari le stesse vittime non sono coscienti perché “rinchiuse” in un contesto che appare loro normale, ma che normale non è affatto. Possono così emergere forme di violenza psicologia ed economica, non necessariamente “fisica”, che non lasciano segni sul corpo ma che sono ugualmente molto dolorose.
Quanto alle bambine e alle ragazze, mi fa piacere citare una nostra esperienza in Asia: nei contesti in cui è molto elevata la dispersione scolastica delle bambine e delle ragazze, abbiamo sviluppato un programma di sostegno in cui chi riesce a terminare gli studi diventa “mentor” per le altre più giovani a rischio dispersione. È la “Sister to sister education”, che abbiamo ad esempio utilizzato in Nepal.

Come fate ad assistere le donne che vorrebbero partecipare alle attività ma devono badare ai bambini?

Nei nostri spazi abbiamo un servizio di child care: le donne possono frequentare i corsi e le attività, anche quelle mirate al benessere psicofisico, mentre gli operatori stanno con i bambini. Anche questo aspetto è legato al tema violenza: i bambini sono un campanello d’allarme molto attendibile, ad esempio, delle situazioni conflittuali in casa, e diventano anche un po’ un campo di osservazione privilegiato. Proprio loro possono essere fondamentali per l’emersione di situazioni di violenza domestica. Questo genere di approccio ad esempio ha avuto particolarmente successo a San Basilio, dove collaboriamo strettamente con i centri antiviolenza.

Come reagiscono le comunità locali a queste iniziative?

A volte portiamo scompiglio. Le mie colleghe operatrici negli “spazi donna” sul territorio, mi dicevano di mariti che accompagnavano e andavano a prendere le mogli, e che tentavano di dissuaderle. La verità è che spesso ci sarebbe un grande lavoro da fare anche sugli uomini, ma questo può avvenire anche “di riflesso”.

In alcuni contesti, infatti, le donne sono riuscite a portare a casa un bagaglio culturale, nuove esperienze, riflessioni, modi di fare che poi sono stati adottati anche nel contesto famigliare, sia nei confronti dei loro compagni sia nei confronti dei figli. Ad esempio a Napoli abbiamo accompagnato un gruppo di donne al conseguimento della licenza di terza media, e questo ha avuto riflessi positivi sulle famiglie e soprattutto sui bambini, che spesso in contesti “difficili” dove l’illegalità è più diffusa non attribuiscono un valore importante alla scuola. Vedendo le proprie mamme impegnate, che spesso hanno anche chiesto aiuto ai figli, sì è attivato un processo di trasmissione del valore dell’educazione anche ai bambini, nel modo più naturale.

In alcuni casi, infine, per rafforzare questo percorso siamo riusciti anche, grazie ad alcune collaborazioni, ad attivare stage per le donne in realtà lavorative anche fuori dal settore non profit, per dare un seguito il più possibile concreto al percorso.

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Come è cambiato il vostro impegno con l’emergenza Covid-19?

È stata ed è ancora dura. Le nostre attività sono per la stragrande maggioranza pensate per essere svolte in presenza e in gruppo: con la pandemia abbiamo dovuto ridefinire un po’ tutto, andando incontro a una serie di difficoltà. Durante il lockdown, ad esempio, abbiamo mobilitato i nostri fondi per comprare gli smartphone a chi altrimenti non avrebbe potuto seguire la didattica a distanza. Diciamo che il distanziamento sociale ha acuito problemi che già esistevano: nei contesti più difficili infatti i ragazzi si trovano ad affrontare il problema di non avere mezzi né spazi adeguati, mentre spesso in famiglia mancano le competenze per aiutare i bambini nella didattica online. Così abbiamo intensificato i contatti virtuali con le persone che frequentano i nostri centri, rendendoli più assidui anche con telefonate e gruppi WhatsApp. Paradossalmente con il distanziamento sociale i nostri operatori hanno lavorato più di prima con i ragazzi. Nel caso delle donne abbiamo registrato un aumento delle violenze e un aumento dei bisogni e delle richieste ai nostri centri: dal supporto emotivo a quello psicologico fino a quello materiale.

Le donne sono infatti tra le più colpite dall’emergenza Coronavirus, perché spesso svolgono lavori precari o nell’economia informale. Se nella crisi del 2008 erano stati colpiti i settori a prevalenza maschile, oggi la crisi riguarda principalmente quelli a prevalenza femminile. Abbiamo cercato di intervenire garantendo la presenza ma anche attivando una linea telefonica dedicata, che non si sovrappone al 1522 del ministero della Famiglia e delle pari opportunità, ma che è utile per fornire ogni informazione, su come accedere alle forme di sostegno messe in campo dal Governo oppure per il semplice supporto psicologico. Ora stiamo lentamente ricominciando con le attività individuali, dove possibile all’aperto, ma l’approccio varia da città a città a seconda del clima e delle restrizioni previste su base regionale.

Tra le vostre finalità c’è anche quella della sensibilizzazione. Come vi muovete in questo campo?

Facciamo campagne informative, cercando di diffondere tra il grande pubblico i risultati di studi e ricerche che realizziamo e commissioniamo su temi specifici. Abbiamo attivato una collaborazione con Ipsos, con cui ad esempio abbiamo dato vita a una serie di sondaggi sugli stereotipi di genere nella popolazione italiana. E poi siamo presenti nelle scuole e nelle università, dove presentiamo studi e ricerche, facciamo formazione e abbiamo attivato programmi specifici, anche legati alle questioni di genere.

Le nostre attività di formazione su questi temi sono ormai entrate anche nelle aziende, dove il management è sempre più sensibile ad argomenti come la parità di genere - anche dal punto di vista salariale - o le molestie. Nei confronti delle istituzioni infine siamo impegnati in una campagna per la riduzione o l’eliminazione della tassa sugli assorbenti: c’è un emendamento che va in questa direzione presentato alla Legge di bilancio. Al di là dell’aspetto economico è una battaglia di fondo, culturale, che combatte contro una tassazione iniqua e ingiusta rispetto a un bene primario, che dovrebbe addirittura essere non tassato.

Oggi il mondo è più attento ai temi della parità di genere?

Di certo c’è più consapevolezza. Sul tema della violenza, ad esempio, abbiamo fatto passi avanti: prima non si sapeva nemmeno cosa fosse. Anche nei contesti in cui andiamo a parlare oggi c’è una sensibilità maggiore anche soltanto rispetto a pochi anni fa. Nelle aziende c’è molta più attenzione alche alla conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa, in alcuni casi si parla di welfare aziendale al femminile. Ma per passare dalla consapevolezza a un effettivo cambiamento probabilmente i risultati si vedranno nel lungo periodo. La strada è ancora lunga, ma noi ci siamo. A volte il lavoro sui territori è un po’ demoralizzante, perché si procede a piccoli passi, ma il contatto umano e la soddisfazione delle persone per ogni piccolo risultato è una grande ricompensa.

Per maggiori informazioni sulle attività, consulta il sito web di WeWorld Onlus.

Per le immagini, si ringrazia WeWorld Onlus.