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Educhiamo a un uso libero e consapevole della tecnologia

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"Siamo agli albori di un cambiamento importante. Il nostro ruolo è capire meglio quali saranno le regole del gioco". Ce ne ha parlato il filosofo Luciano Floridi, ospite delle Colazioni Digitali

Luciano Floridi è una delle voci più autorevoli nel dibattito sul ruolo e il peso della tecnologia nella nostra vita e nelle relazioni tra uomini e macchine. Il professore, docente di Filosofia ed etica dell’informazione a Oxford, autore di testi cardini come "La quarta rivoluzione", è stato ospite dell'ultimo appuntamento delle Colazioni Digitali nella sede di Sorgenia e dedicata a Homo sapiens & AI. Insomma, l’obiettivo dell’incontro era capire quali connessioni inedite, interazioni e problemi emergono nella relazione tra l’essere umano e l’intelligenza artificiale. 

Il colloquio è stato, come sempre, moderato da Massimo Sideri, responsabile editoriale di Corriere innovazione. Un dibattito molto partecipato e ricco di spunti che ha preso le mosse da una delle domande più celebri della storia della cibernetica, interrogativo posto ad Alan Turing, nel 1950 in un articolo sulla rivista Mind, in cui il matematico inglese si chiedeva se le macchine potessero pensare. 

«In realtà, Turing - spiega Luciano Floridi - chiarisce che la domanda posta in questi termini è sciocca. Occorre prima capire cosa significhi il termine macchina e cosa significhi pensare. Da questo tipo di elaborazione nasce il famoso test di Turing, e cioè quel test che serve a comprendere se si è di fronte a un computer oppure a un umano». Test che oggi è applicato in molti campi, basti pensare al Re-Captcha, ovvero a quelle finestre che compaiono quando ci si iscrive a un sistema digitale che chiedono all’essere umano di identificare una parola, un numero o un’automobile. 

L’incontro è stata l’occasione per affrontare diversi temi. E Floridi ha mostrato la capacità preziosa di entrare nel cuore degli argomenti riconducendoli sempre a considerazioni più ampie sul significato dei termini che utilizziamo. 

«L’intelligenza artificiale che abbiamo oggi per lo più si occupa di mappare informazioni», ovvero raccoglie dati, che poi possono essere utilizzati per «spostarsi da un luogo a un altro, per tradurre un testo in una lingua differente. Quando però si tratta di capire cosa una persona stia realmente dicendo, qual è il senso profondo delle sue parole, la cosa si fa più difficile». Insomma è un’intelligenza sui generis quella artificiale. Probabilmente si tratta di un’espressione comoda per capire di cosa si parla, ma che definisce solo una porzione di quanto le macchine riescono a fare, e soprattutto di quanto non riescono a fare. «Attenzione, occorre saper distinguere la capacità di fare cose dall’essere intelligente». 



In questo senso, la rivoluzione digitale e dell’intelligenza artificiale sta mutando molti paradigmi, ed è necessario riflettere sul significato delle espressioni che utilizziamo. Quando parliamo di automobili che si guidano da sole, «nessuno di noi pensa a un androide seduto nell’abitacolo che guida come fosse un essere umano», spiega Floridi. «Piuttosto abbiamo messo in moto un processo che sta cambiando radicalmente le automobili, come esse sono costruite, ma stanno cambiando anche le strade e il modo in cui le persone viaggiano». 


Il filosofo ha anche analizzato il rapporto dell’essere umano con il progresso, soprattutto in questa fase storica in cui compaiono timori e incertezze circa la direzione che il progresso ha intrapreso. Ma Floridi è tranchant: «noi dobbiamo quasi tutto alla tecnologia. Buona parte delle persone in questa sala sono vive grazie a essa», il riferimento è alla medicina e a molte soluzioni che hanno consentito all’essere umano di allungare le aspettative di vita. Il filosofo non evita di certo la domanda sulle paure: «per capire meglio, l’unica che cosa che possiamo e dobbiamo fare è accendere la luce e guardare nella stanza buia dove pensiamo che la tecnologia possa far paura». E tra i rischi connessi all’utilizzo smodato o inconsapevole della tecnologia, c’è quello di una ridotta libertà dell’essere umano. Il tema è posto dall’AD di Sorgenia, Gianfilippo Mancini che ha riflettuto con Floridi sul tema delle possibilità di scelta che sono lasciate all’uomo, quando molto è previsto e sempre più prevedibile. 


Nel mondo anglosassone il fallimento è parte del gioco, in quel contesto è accettabile, soprattutto per il suo forte legame con la tecnologia. Da noi è differente. Il rischio e il fallimento sono visti in maniera differente. Ecco perché da noi i ragazzi corrono meno rischi. «Oggi abbiamo due tipi di autonomia - ha chiarito Floridi - quella dell’AI e quella dell’essere umano. Non sempre le due autonomie si relazionano in maniera positiva, non sempre sono collaborative». La verità è che «tanto più cresce quella dell’AI tanto più diminuisce quella dell’essere umano. Ci sarà una polarizzazione tra chi vivrà il mondo in maniera arricchita, grazie alle possibilità che le macchine offrono, e chi invece si lascerà vincere dalla pigrizia, dalle abitudini che si consolidano e sarà trascinato, preso per mano, orientato dalla tecnologia». L’unica soluzione è quella di scommettere sull’educazione: «l’impegno di una società è di salvare il numero più alto possibile di persone ed educarle ad avere una gestione consapevole della propria autonomia e della libertà nella relazione con la tecnologia». 

Nella settimana che Milano dedica a un’eccellenza italiana come il design, Luciano Floridi da romano di nascita e britannico di adozione, docente in una delle università più prestigiose del pianeta, spiega che per il nostro paese esiste uno spazio di crescita importante nella tecnologia ed è proprio nel design. «L’innovazione può essere fatta da scoperte, invenzioni e design. Oggi dobbiamo riflettere su quanto sia importante il design degli oggetti, basti pensare al successo degli smartphone che ciascuno di noi ha in tasca e quanto esso dipenda anche dal design».