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Educare all’uso di Internet a scuola: i divieti funzionano poco

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Barbara Alaimo, pedagogista dell’Academy di Parole O_Stili: “La Rete è un luogo bello, da usare in modo creativo e responsabile. Controllare può servire, ma coinvolgere è più importante”

“Non bisogna dire ai bambini e ai ragazzi soltanto cosa non fare, ma dare loro gli strumenti per muoversi online. La Rete è un posto bello, ci sono molte opportunità da cogliere: il rischio più grande è non usare gli strumenti digitali in modo creativo e responsabile. Affrontare i pericoli soltanto con i divieti e con la logica del controllo non risolve, l’ideale sarebbe accompagnare i più piccoli nel loro percorso digitale, mantenendo aperto il dialogo e confrontandosi”. Lo spiega in un’intervista a Sorgenia Up Barbara Alaimo, pedagogista specializzata su bullismo, cyberbullismo e comunicazione efficace, membro dell’academy di formazione di Parole O_Stili.

Sta dicendo che “controllare” gli smartphone dei propri figli non serve a niente?

No, affatto. In alcuni casi e in certe fasce di età controllare è importante, ma non è tutto. Intanto perché se “controllando” uno smartphone o una chat si scopre qualcosa di preoccupante, il problema si è già verificato, e si rischia di doverlo “rincorrere”. L’obiettivo per un genitore o per un insegnante dovrebbe essere quello di avere un bambino di prima media che riconosce nell’adulto una figura con cui parlare e a cui esprimere i propri dubbi su cosa succede sui social o sulla chat di classe. Questo tipo di approccio e di comunicazione, al di là del controllo, consente di avvertire “in diretta” i primi campanelli d’allarme e di aiutare i ragazzi a interpretare i fatti, dando loro strumenti che rimarranno utili anche in altre occasioni.

Come si sta diffondendo il messaggio di Parole O_Stili nel mondo della scuola?

Il Manifesto della comunicazione non ostile è un progetto di sensibilizzazione contro il linguaggio ostile in rete; nasce indirizzato al mondo degli adulti, ma ha immediatamente suscitato un grande interesse nella scuola. È stato percepito come qualcosa di importante in cui coinvolgere gli studenti. In realtà non esiste un manifesto specifico per la scuola, al di là di quello pensato per i bambini della prima infanzia. Ma alle iniziative che organizziamo si registra sempre un’alta partecipazione di docenti, tra i quali è ormai partito il passaparola. 

Che genere di richieste vengono dagli insegnanti?

Nell’ultimo anno sono state organizzate due manifestazioni rivolte ai docenti, e l’esigenza più sentita è stata quella di avere a disposizione strumenti per lavorare in classe con i contenuti del manifesto. Per questo sono state create delle schede didattiche ad hoc, gratuite e scaricabili dal sito: ormai sono più di 180. La loro caratteristica è di essere molto chiare, con obiettivi definiti e attività creative e “ingaggianti” per i ragazzi. Spesso sono state ideate dagli stessi insegnanti, che le hanno condivise con la community.  Tanto che il 31 maggio, in occasione dell’incontro annuale di Trieste è stata organizzata una mattinata di sensibilizzazione sull’ostilità online dedicata alle scuole; soltanto con l’effetto tam-tam docenti da tutta Italia hanno scaricato i materiali dal sito: siamo arrivati a coinvolgere contemporaneamente 80mila studenti su tutto il territorio nazionale. 

Quali sono le difficoltà più importanti per i bambini e i ragazzi di fronte ai comportamenti d’odio online?

Il problema principale è che c’è una sorta di gap. Spesso i più piccoli sono ‘bravi smanettoni’, ma non hanno la consapevolezza della complessità degli strumenti che utilizzano. E se se gli adulti fanno fatica a governare le comunicazioni di una chat su un servizio di instant messaging, tanto più questo potrà succedere a un bambino. La soluzione sta nell’accompagnare i ragazzi a capire le dinamiche del cyberbullismo, dell’hate speech, delle fake news, nel saper riconoscere le fonti: tutti percorsi su cui la scuola si sta cimentando, rispondendo alla sua missione di formare al pensiero critico e alla comunicazione efficace, che sono strumenti fondamentali per i cittadini di domani. La scuola è il luogo più adatto, una sorta di “laboratorio”, in cui certe dinamiche possono accadere e si possono affrontare. 

Come reagiscono i ragazzi di fronte a queste iniziative?

Se per i bambini più piccoli esiste un percorso specifico e un manifesto che affianca i genitori e gli educatori dando loro la possibilità di raccontare il mondo del web e delle relazioni digitali come se fosse una fiaba, per i ragazzi più grandi il contesto cambia, perché ovviamente sono molto più esigenti. 

I percorsi che affrontano per loro non sono sempre “nuovi”, magari perché di questi temi hanno già sentito parlare in altre occasioni; quindi bisogna trovare il modo per stuzzicare la loro attenzione, senza spaventarli o annoiarli con troppa teoria. È importante imparare a coinvolgerli su qualcosa e farli ragionare:  solo così svilupperanno dei veri anticorpi contro l’uso distorto e violento della rete. 

Questo presuppone un’attenta formazione degli adulti che interagiranno con loro…

È fondamentale, perché se gli adulti fossero già consapevoli questo percorso si innescherebbe naturalmente in tutte le occasioni della vita scolastica. Si deve essere al corrente di quali possano essere le conseguenze di una campagna supportata da fake news, o di un insulto verso qualcuno in rete: bisogna far vedere che questo genere di azioni online hanno effetti concreti esattamente come nella vita reale, che non si tratta di due mondi separati. Troppo spesso dietro a un display perdiamo il filtro del saper e voler leggere le emozioni dell’altro, di avvertire come si sente, e ci permettiamo comportamenti che di persona non avremmo il coraggio di avere. Il punto centrale quindi è lavorare sull’empatia, avere qualcosa di interessante da dire loro, con il filo conduttore di un percorso educativo e preventivo.

Ma gli adulti riescono a dare il buon esempio ai loro figli?

Certamente la prima educazione deve arrivare da noi adulti. Di fatto però spesso non siamo un buon esempio. Dovremmo sempre avere in mente che i gruppi non sono uno “sfogatoio”, ma sono dedicati a un argomento specifico, e cercare di rimanere in tema. Sono strumenti potenti e interessanti di partecipazione, che ad esempio avvicinano chi non può vivere la scuola costantemente, ma vanno vissuti e gestiti con attenzione, anche grazie a un moderatore che sia capace di indirizzare le conversazioni. A volte rispondere immediatamente e fare leva sull’emotività può essere negativo: dovremmo ad esempio essere meno impulsivi e lasciar passare del tempo di fronte a un messaggio che non ci piace, proprio come succede nella maggior parte dei casi in cui ci si confronta di persona.