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EasyEm: l’abbigliamento inclusivo e senza barriere

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Monica Bulgarelli, cofounder dell’associazione che ha inventato i capi che possono essere indossati in autonomia da persone di qualsiasi età con ridotta mobilità agli arti: “Il nostro impegno è un simbolo: il sogno è creare una rete di sostegno per le famiglie che si sentono abbandonate ai loro problemi”

Per abbattere le grandi barriere bisogna iniziare ad abbattere quelle più piccole, quelle che si incontrano nella vita quotidiana, e che per una persona con ridotta mobilità, anche temporanea come un braccio rotto, possono rappresentare un problema sistematico diventando per alcuni motivo di umiliazione. Come l’aver bisogno di aiuto per indossare una felpa. Le famiglie che si trovano ad affrontare queste situazioni spesso non sanno a chi rivolgersi, si devono confrontare con la solitudine, e hanno bisogno di un sostegno che difficilmente trovano dalle istituzioni.

Proprio per fare rete e creare un canale di comunicazione nasce nel 2017 EasyEm, che oggi è un’associazione che ha deciso di partire proprio dal sostegno alle persone e alle famiglie per affrontare le difficoltà delle persone con ridotta mobilità. “La cosa a cui tengo molto - spiega Monica Bulgarelli, mamma di Noemi, una bambina emiplegica che oggi ha 11 anni, e cofounder di EasyEm insieme al marito e a un amico - è il sostegno alle famiglie. Abbiamo vissuto in prima persona quanto non avere un sostegno renda tutto molto più difficile, e questo è un cruccio che mi accompagna costantemente. È importante - anche attraverso iniziative come la nostra - portare alla luce il tema, iniziare ad abbattere qualche barriera, evidenziare che ognuno è abile a modo suo, e sottolineare che un problema fisico non deve inficiare la vita di una persona.

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Le persone a ridotta mobilità, hanno un nome e un cognome, una famiglia, dei sentimenti. Attraverso i capi di abbigliamento che produciamo vogliamo dimostrare che si può iniziare dall’abbattere le piccole barriere quotidiane. Perché se fin da bambini chiedere alla maestra di allacciare il nostro giubbotto può essere umiliante è anche vero che questo problema si può risolvere in modo semplice, e dopo aver studiato e fatto ricerca abbiamo dimostrato come si può fare”.

Monica, come è nata l’idea di progettare le felpe che si possono indossare con una mano sola?

L’idea è nata dalla nostra esperienza familiare. Abbiamo voluto inventare qualcosa che potesse aiutare nostra figlia, che non usa una mano, nella sua vita quotidiana. Io lavoro nel campo della moda, e quando ho capito che uno dei momenti critici per la nostra bambina era quello dell’entrata e dell’uscita da scuola, quando doveva indossare o togliere il giubbotto, ho pensato che avrei potuto rendermi utile per lei e per tante altre persone e famiglie che si trovavano nella nostra stessa situazione. I primi esperimenti li ho fatti io, e quando abbiamo visto che l’idea funzionava abbiamo iniziato a pensare che avrebbe potuto essere utile anche ad altri. Grazie all’esperienza ventennale nel settore della moda e della modellistica, e dopo svariati test di utilizzo, siamo partiti in questa avventura. Oggi non produciamo soltanto felpe e gilet, ma anche tute, pantaloni, giubbotti alla moda e cerchiamo di trovare sempre una soluzione alle richieste che ci arrivano offrendo un servizio su misura. Oggi io mi occupo dei tessuti, del disegno, del figurino stilistico e di coordinare chi confeziona per garantire un prodotto di alta qualità.

La vostra produzione si limita alle felpe?

La nostra caratteristica principale è la versatilità: puoi chiederci tutto e noi ci impegniamo a realizzarlo in base alle esigenze dell’utilizzatore. Recentemente un ragazzo che non ha le braccia ci ha chiesto, solo per fare un esempio, una camicia che si potesse infilare come una t-shirt, in modo di non dover avere il problema di abbottonarla, e abbiamo fatto uno studio anche su questo.

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Come si è sviluppato il vostro progetto?

Abbiamo iniziato delle collaborazioni con alcune associazioni come Fightthestroke, ideata da due genitori con l’intenzione di dare vita a un luogo dove le famiglie con questo genere di problematiche potessero aprirsi, confrontarsi e parlare delle loro esperienze. Non avere un supporto né possibilità di confronto è un’esperienza frustrante, mentre il conforto viene dal trovare chi ti capisce e ha vissuto le tue stesse vicissitudini. In questo contesto abbiamo iniziato a proporre le nostre felpe ad alcuni bambini, e hanno reagito con entusiasmo. La mia idea non è soltanto di produrre prodotti di abbigliamento ma essere di supporto anche psicologico con progetti a cui sto pensando e a cui piacerebbe dedicarmi se quest’esperienza andrà bene e sarà in grado di fornirci i mezzi per andare avanti nei nostri programmi. È proprio con questo intento che collaboriamo con svariate associazioni e onlus che usufruiscono dei nostri prodotti e continuiamo a ricercare collaborazioni ultimamente anche nel settore sportivo.

Che risposte avete ricevuto per questa vostra iniziativa?

La risposta è stata senza dubbio positiva. Abbiamo lavorato e continuiamo a lavorare molto, soprattutto in questi giorni prefestivi, grazie anche al supporto di diversi centri ortopedici con cui collaboriamo. E poi siamo online, e anche in Rete riusciamo a creare uno scambio personale con chi ci contatta: arriviamo a fare capi su misura per le esigenze specifiche, per evitare ad esempio che chi ha un braccio più corto sia costretto ad andare in giro con un risvolto invece che con un indumento su misura: cerchiamo di normalizzare e armonizzare, almeno dal punto di vista dell’abbigliamento, quello che spesso è motivo di disagio offrendo prodotti alla moda e che rispettino i gusti dell’utilizzatore. La cosa più appagante è, nel tempo, proprio lo scambio di idee e di emozioni con le persone che entrano in contatto con noi.

Quali sono state le esperienze che vi hanno finora dato più soddisfazione?

Recentemente abbiamo ricevuto in dono da una classe un piccolo fondo per realizzare alcune felpe per delle persone che non potevano permettersi di acquistarle. Un crowdfunding che abbiamo chiamato “Felpa sospesa”: metà della cifra necessaria è venuta dalla donazione, l’altra metà l’abbiamo messa noi. E d’altra parte una scelta che abbiamo fatto fin dall’inizio è stata quella di mantenere i costi il più possibile accessibili, tenendo un profilo che consentisse di acquistare i nostri prodotti anche a chi non avesse grandi mezzi economici. Abbiamo reiterato questa iniziativa e per chi è interessato trova tutte le informazioni sul nostro sito easyemisfero.com o sulla nostra Facebook Fan Page

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Tra i principi che animano easyEm c’è anche la sostenibilità…

Sì, io mi occupo personalmente della scelta dei materiali, e cerco quelli che provengono da riciclo o che hanno più percentuale di cotone, con la costante che debbano essere ottimi in termini di qualità. Il concetto di benessere che proponiamo è a tutto tondo, e riguarda quindi anche i tessuti. D’altra parte in questo momento sarebbe stato impensabile, e probabilmente da irresponsabili, far partire una nuova attività senza considerare che debba essere sostenibile: aiutare il nostro mondo e il nostro pianeta è una necessità che non può più essere ignorata.

Ci spiega meglio come sarà possibile dare vita grazie a EasyEm anche a progetti di sostegno e solidarietà verso le famiglie che vivono esperienze di disabilità?

Il principio da cui partiamo è che ci piacerebbe molto poter regalare, grazie ai proventi della nostra attività, un aiuto a chi si trova nella stessa condizione in cui ci siamo trovati noi, anche dal punto di vista psicologico, ad esempio con incontri di gruppo guidati da uno psicologo. Allo stesso modo mi piacerebbe anche dare vita a progetti nelle scuole sul tema della disabilità, per sensibilizzare studenti e docenti a questi temi. Ma tutto ha un costo, e la nostra ambizione è quella di riuscire a far combaciare le cose. Finora non siamo ancora riusciti a realizzare questo sogno, e non essere semplicemente un’azienda specializzata nel suo settore, ma un primo punto di contatto con un mondo che può dare un aiuto concreto a chi vive un certo tipo di difficoltà.

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Che tipo di sostegno avete ottenuto per la vostra attività?

Siamo ancora molto piccoli e poco conosciuti, abbiamo partecipato alla Maker Faire 2018 e 2019 vincendo alcuni premi e siamo stati finalisti alla Make to Care di Sanofi. Abbiamo realizzato alcuni progetti di cui siamo particolarmente soddisfatti. Per Aias Monza, ad esempio, un centro che si occupa di riabilitazione per persone con problemi neurologici, abbiamo realizzato le divise della squadra di golf dei ragazzi. Il nostro intento è però suscitare l’interesse anche delle persone senza disabilità. Il nostro scopo non è quello di fare abbigliamento per disabili, ma di produrre capi che siano bellissimi anche chi disabile non è, iniziando proprio dall’abbattere questa prima barriera tra i due mondi. Nella classe di mia figlia, ad esempio, il regalo di compleanno che mi viene chiesto più spesso è la nostra felpa, e questo dal mio punto di vista è un segnale bellissimo, che ci ripaga anche degli sforzi fatti per ideare dei modelli che possano piacere anche ai teenager e ai ragazzi, a prescindere dalla disabilità.