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Co2 in aumento: studio disegna il percorso dei gas serra

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I nuovi dati dell’Agenzia spaziale europea sulle emissioni. Per indagare la salute del Pianeta in arrivo un satellite che monitora le foreste

L’anidride carbonica continua a minacciare la salute del Pianeta. Nonostante gli sforzi internazionali per la riduzione dei gas serra, la quantità di Co2 generata dalle attività umane e dispersa in atmosfera è in aumento. I dati più recenti arrivano dai satelliti dell’Agenzia spaziale europea, in particolare dalla missione Envisat che ha misurato gli incrementi di questi inquinanti dal 2003 ad oggi: la quantità di anidride carbonica nell’aria è cresciuta dello 0,5% l’anno negli ultimi 10 anni.

 

I combustibili fossili - come carbone e petrolio – sarebbero i principali responsabili dell’inquinamento atmosferico. Fin qui niente di nuovo, ma i satelliti Esa hanno delineato anche il “percorso” che i gas serra disegnano in atmosfera, le aree e i periodi dell’anno di maggior concentrazione. È emerso così che nelle latitudini medio alte (verso i poli, per intenderci), dove c’è più vegetazione, la quantità di anidride carbonica diminuisce nei mesi caldi quando le piante assorbono CO2 (per poi rilasciarla in parte d’inverno).

 

La componente naturale, oltre alla raccolta di dati sull’impatto delle attività umane sull’ambiente, è infatti molto importante nello studio dei cambiamenti climatici. Per questo l’Esa dal 2009 ha avviato una serie di missioni spaziali dedicate allo studio della biodiversità, degli oceani e delle aree verdi del Pianeta attraverso l’impiego di satelliti chiamati Earth Explorers.

 

Il Goce (Gravity Field and Steady-State Ocean Explorer), ad esempio, è stato lanciato in orbita nel 2009 ed è in grado di sentire i terremoti. Studi recenti hanno rivelato che la terribile scossa e il successivo tsunami che hanno colpito il Giappone settentrionale nel marzo 2011 sono stati avvertiti dal satellite, che avrebbe registrato i segnali – chiamati infrasuoni – causati dai cambiamenti della densità dell’aria dovuti appunto al terremoto.

 

Sempre nel 2009 è stato lanciato SMOS (Soil Moisture and Ocean Salinity), che studia gli effetti del cambiamento climatico sul ciclo dell’acqua e nel 2010 è stata la volta del CryoSat, per monitorare lo stato di salute della calotta polare.

 

Tra poco più di sei anni, nel 2020, partirà il satellite Biomass: sarà il settimo progetto dell’Esa e il primo in grado di misurare con grande accuratezza la quantità di biomassa e il ciclo del carbonio di tutte le aree verdi del Pianeta: informazioni che oggi è difficile raccogliere ma che sono di fondamentale importanza per capire il ruolo delle foreste nel contesto dei cambiamenti climatici. Il “satellite verde”, come è stato soprannominato, servirà anche a mappare il terreno delle zone boschive per ottenere dati sulla geologia del sottosuolo.

 

Il lavoro di Biomass sarà seguito, tra gli altri, anche dal programma REDD+ delle Nazioni Unite, un’iniziativa internazionale finalizzata al monitoraggio di boschi e foreste nei Paesi in via di sviluppo, dove deforestazione e sfruttamento indiscriminato del suolo rappresentano un problema di difficile soluzione.

 

“Vogliamo mappare la distribuzione di anidride carbonica e metano sulla Terra, per migliorare le previsioni sui cambiamenti climatici”, ha detto Michael Buchwitz, a capo della Climate Change Initiative dell’Esa. Nell’agenda per i prossimi anni, oltre al progetto Biomass dedicato alle foreste, ci sono altre missioni spaziali per lo studio dei campi magnetici (Swarm), del vento (ADM-Aeolus) e delle nuvole (EarthCARE).