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Amleta, collettivo di attrici contro le discriminazioni di genere

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Paola Giglio, attivista e socia fondatrice dell’associazione: “Abbiamo scritto un decalogo indirizzato agli operatori del settore per il ‘provino corretto’, e sediamo al tavolo sullo spettacolo del Mibact”

“È il mestiere dell’attrice in sé che porta a esporsi di più, rispetto ad altri, alla violenza e alle discriminazioni di genere. Dagli annunci in cui viene richiesto bell’aspetto e fisico asciutto, alle violenze psicologiche - e non solo - che spesso si verificano durante i provini. Un momento estremamente delicato sul quale abbiamo scritto un decalogo rivolto agli operatori del settore per il ‘provino corretto’. Spesso inoltre è difficile riconoscere le dinamiche di violenza o di discriminazione verso le donne, o gli atteggiamenti manipolatori. A volte si dà per scontato che ci si possa sentir dire di tutto: a me personalmente hanno detto che ero troppo in carne per interpretare Giulietta, e che sarei stata più adatta per la balia.

Abbiamo creato Amleta per creare consapevolezza nelle nostre colleghe, e nell’intero settore dello spettacolo dal vivo, su queste dinamiche”. Così Paola Giglio, attrice e attivista, riassume il contesto in cui è nata Amleta, di cui è una delle 28 socie fondatrici, e che ora sta partendo, a pochi mesi dalla sua nascita, con la sua prima campagna di tesseramento.

Paola, come nasce Amleta, da quali esperienze personali e di gruppo?

Amleta è nata in seno al gruppo attrici e attori uniti, a partire dallo scorso marzo durante il lockdown, per dare un’identità a un mondo che generalmente fa fatica a rivendicare i propri diritti come categoria, in maniera sindacale. In parallelo, fin da subito, è partito anche un tavolo di genere, con l’obiettivo di affrontare insieme un percorso di consapevolezza e di studio. Una riunione a settimana, ogni mercoledì, per incontrare gli esperti di diversi settori collegati al nostro lavoro e analizzare la situazione in ottica femminista. Dalle avvocate che aiutano a capire la differenza tra molestia e violenza alle esperte di linguaggio che sottolineano l’importanza dei modi di esprimersi a favore dell’inclusività. Ci siamo ritrovate a essere un gruppo variegato a livello di formazione e di età, ma tutte donne che avevano già intrapreso un proprio percorso di attivismo, ora unite attorno a un obiettivo comune.

Qual è stato il punto di partenza per la vostra attività?

Abbiamo voluto per la prima volta raccogliere i dati, per avere e poter mostrare un quadro attendibile di cosa significhi oggi la discriminazione di genere nel mondo dello spettacolo dal vivo. Così quest’estate ci siamo messe a contare una per una le donne presenti nelle produzioni dei Teatri Nazionali e Tric, Teatri di rilevante interesse culturale, che sono anche i più sovvenzionati tramite il Fondo unico per lo spettacolo. Ne è emerso che le donne “pesano” per il 32,4% nell’insieme di registi, attrici e drammaturghi, e che spesso sono impegnate nei “palchi minori”. Ancora più esiguo il numero se limitiamo il campo alla sola regia, dove le donne sono il 21,6% del totale. Quando - 13 anni fa - sono uscita dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’amico, davo quasi per scontato che gli uomini avessero più possibilità delle donne di lavorare in questo settore. Ma non bisogna arrendersi a questa situazione; con Amleta vogliamo contribuire a creare spazi, per le attrici e per chi racconta le nostre storie, aprendo il campo a visioni nuove che pure rappresentano la realtà, senza rimanere relegate esclusivamente al passato e alla tradizione.

A che punto è oggi la consapevolezza delle attrici su questi temi?

Sta crescendo molto, e infatti la risposta che abbiamo ricevuto con Amleta è molto positiva, al di là del fatto fisiologico che quando ci si espone è normale attirarsi anche critiche. Un buon segnale di attenzione è stato quello di essere ammesse al tavolo dello spettacolo del Mibact, nonostante siamo una realtà estremamente giovane. Di certo però c’è ancora molta strada da fare prima di raggiungere l’obiettivo della parità di genere, e l’inizio di questo percorso è nel non tollerare più certe storture che prima venivano quasi considerate fisiologiche. Il movimento del #Metoo ha aperto un varco importante verso il dialogo, contribuendo a creare un momento di fervore e rivoluzione culturale: non a caso negli Stati Uniti d’America è appena stata eletta la prima vicepresidente donna, un segnale chiaro e forte. Ora è il momento che le attrici non diano più per scontate certe dinamiche.

Come ha reagito a questa iniziativa la parte maschile del vostro mondo?

Abbiamo grandi alleati, ma facciamo anche molta paura a chi teme che gli possa venir chiesto di farsi un po’ da parte. È anche vero che siamo nate in un momento in cui il lavoro è poco e sempre più precario a causa della pandemia, con i teatri chiusi. Così c’è la paura di perdere il controllo su un orticello ben delimitato da una parte, e dall’altra c’è attenzione e curiosità.

Cosa ha rappresentato e quali danni sta provocando l'emergenza pandemia nel vostro mondo? È possibile che in qualche modo abbia contribuito ad amplificare le discriminazioni? 

Di sicuro le discriminazioni a livello lavorativo sono aumentate. Durante la pandemia tantissime donne hanno dovuto rinunciare al lavoro per stare a casa con i figli, e la stessa cosa è successa anche a molte attrici. In più tanti spettacoli sono stati cancellati, e quando i teatri hanno potuto riaprire sono comparsi una serie di monologhisti, per la stragrande maggioranza uomini. Una situazione che si è sommata a un contesto che già non era più sostenibile, basti pensare al fatto che per le attrici sia quasi impossibile prendere la maternità, periodo durante il quale è difficilissimo lavorare e in cui nessuno si prende la responsabilità di questa esclusione. Su questo abbiamo fatto ricerche internazionali, e abbiamo ad esempio scoperto che in Portogallo ci sono teatri in cui le donne continuano a recitare anche quando sono in gravidanza: il personaggio non è incinta, l’attrice sì, e il pubblico lo accetta come un dato di fatto. Tornando alla pandemia, nel nostro caso però ha avuto anche un effetto positivo: ci ha offerto la possibilità di incontrarci e di studiare e lavorare insieme sul progetto che ha portato alla nascita di Amleta.

Su quali campagne o iniziative di sensibilizzazione siete impegnate in questo periodo? 

Abbiamo dato una forma “istituzionale” a quello che prima era un movimento: dall’8 dicembre siamo un’associazione di promozione sociale e proprio in questi giorni partirà la campagna di tesseramento. La nostra urgenza più grande è di aiutare e sostenere le colleghe che denunciano abusi, violenze e stupri sul lavoro o durante i provini. Ora potremo anche costituirci parte civile nei processi e proporci per il sostegno economico di chi deve affrontare spese legali per ottenere giustizia. In quest’ottica collaboriamo già con Differenza Donna, un gruppo di professioniste impegnate da anni nel rappresentare donne vittime di violenza.

Quanto alla sensibilizzazione del pubblico, abbiamo ideato un test basato sul cosiddetto Bechdel, utilizzato per valutare l'impatto di personaggi femminili nelle trame delle opere di finzione, che dovrebbe aiutare il pubblico a orientarsi sulle drammaturgie proprio rispetto alla parità di genere. Non si tratta ovviamente di dare giudizi, ma di fornire un quadro grazie al quale gli spettatori possano essere più consapevoli. È un po’ quello che stanno facendo alla Disney quando “contestualizzano” Dumbo rispetto al mondo d’oggi.

Infine teniamo molto al fatto che certe cose siano scritte in maniera inclusiva, e abbiamo redatto la “correzione” al femminile del bando per la selezione del direttore/direttrice del teatro Ert, Emilia Romagna Teatro, che sembrava espressamente indirizzato a un candidato uomo. A volte anche queste scelte di stile possono dissuadere una donna dal candidarsi: non a caso nessuno dei nostri teatri nazionali è diretto da una donna.