Il mondo di Chicca a sostegno delle donne e dei bambini di Pemba

Scritto da Ettore Benigni
Giornalista

La presidente della fondazione, Gilda Cobellis: “Dal 2021 siamo attivi in Tanzania in memoria di nostra figlia Francesca. Sull’isola eravamo stati in vacanza insieme, e ci è sembrato il luogo ideale per proseguire il suo impegno per il prossimo. Insieme a Sorgenia realizzeremo un punto nascita per le partorienti e dei loro piccoli”

Realizzare un punto nascita per le donne dell’isola di Pemba, in Tanzania, che le metta nelle condizioni di partorire in sicurezza e consenta ai neonati di essere al sicuro dai rischi sanitari che corrono nei primi mesi di vita. È il progetto che la Fondazione “Il mondo di Chicca” sta realizzando proprio in queste settimane, anche con il sostegno di Sorgenia, e grazie alla collaborazione con le istituzioni e le onlus che operano sull’isola. A spiegare il senso di questa iniziativa e a raccontare la storia della fondazione è Gilda Cobellis, medico, che ne è la presidente.

Come nasce “Il mondo di Chicca”?

La fondazione è nata nel 2021, dopo la scomparsa improvvisa di nostra figlia Francesca, studentessa in medicina. È nata come reazione a una tragedia che ci ha messo di fronte alla sensazione di veder vacillare il senso della vita. Ognuno di noi ha elaborato questa perdita in modo diverso, ha affrontato grandi difficoltà, ma dai primi momenti abbiamo avuto la sensazione che per riavere una speranza e un progetto di vita sarebbe stato importante dare una prosecuzione ai valori e all’impegno di Francesca per il prossimo. Così la nostra famiglia ha deciso di creare una fondazione che si è data la missione primaria di aiutare i bambini e le donne in difficoltà in un angolo sperduto del mondo, che avevamo avuto la possibilità di conoscere insieme durante una vacanza tra amici, anche in quel caso guidati dallo spirito di realizzare una missione umanitaria.

Quali sono oggi le condizioni di chi vive nell’isola di Pemba?

Nonostante sia un luogo che a prima vista non dà l’impressione di essere in una situazione di disagio, per via di una natura rigogliosa e di una popolazione che può contare su una grande dignità nonostante la povertà, le condizioni di vita sono precarie. A partire dall’aspetto igienico-sanitario, a causa ad esempio delle difficoltà di rifornimento di acqua potabile e di cibo.

Come avete fatto a muovere i primi passi sull’isola?

Siamo innanzitutto entrati in contatto con le realtà locali, a partire dalle istituzioni e dalla burocrazia della Tanzania, dalle ambasciate, dalle altre realtà che già operano sul posto. Grazie ai contatti che abbiamo costruito nel tempo abbiamo individuato gli interventi su cui avremmo potuto impegnarci, contando anche sul fatto che siamo medici e che possiamo quindi dare un contributo tecnico per trovare le soluzioni più adatte ad alcuni problemi in ambito igienico-sanitario. Soltanto per fare un esempio, sull’isola di Pemba la popolazione soffre di malattie che sarebbero curabili se si disponesse di risorse specifiche: è il caso dell’introduzione degli antibiotici per alcune parassitosi, che ha consentito di abbattere le infezioni nel giro di pochi anni.

Perché avete pensato alla creazione di un punto nascita?

Proprio in uno dei nostri viaggi in Tanzania, consultando gli studi e i dati del ministero della Salute locale, abbiamo appreso che sull’isola la mortalità infantile è molto alta in fase neonatale e perinatale. Aiutati da un’altra Ong, Weworld, abbiamo fatto diversi sopralluoghi e ci siamo informati. Sull’isola ci sono 23 centri salute in cui si fa un po’ tutto, dall’aspirina alla suturazione fino all’assistenza al parto, ed esistono soltanto due ospedali, uno a Nord e uno a Sud, difficilmente raggiungibili. Le persone vivono in villaggi che gravitano attorno ai centri salute. Visitandoli, ne abbiamo identificato uno in un’area poco servita e molto popolosa, che è il riferimento di un bacino d’utenza di 25 villaggi. Parliamo in tutto di circa 5mila residenti che abitano in capanne disperse, dove non c’è elettricità, non c’è acqua, e c’è un solo medico che deve saper fare tutto.

Come interverrete per potenziare questo centro?

Abbiamo stilato una lista di priorità, a partire dal sistema idrico e da quello elettrico, per garantire i servizi di base al centro. Il nostro obiettivo non è quello di creare un servizio secondo gli standard a cui siamo abituati in Italia o in Europa, ma di rendere autonomi i medici locali nella gestione a lungo termine della struttura, individuando le tecnologie più adatte alla situazione, garantendo l’esigenza primaria di offrire alle abitanti del luogo la possibilità di partorire in sicurezza, anche se non in un ambiente hi-tech. Per arrivare a questo risultato abbiamo potuto contare sulla collaborazione di mio fratello, Luigi Cobellis, consigliere della fondazione, che è ginecologo, professore ordinario della cattedra di Ginecologia ed Ostetricia della Università della Campania, che ha identificato priorità di intervento per il Centro di Salute di Tundauwa dopo il sopralluogo. Inoltre in collaborazione con l’Università Federico II con cui abbiamo stilato una convenzione per mandare lì personale sanitario e parasanitario.

Da quali presupposti è nata la collaborazione con Sorgenia?

Abbiamo avuto l’opportunità di raccontare il nostro progetto, che ha suscitato interesse. La nostra fondazione vive di donazioni, erogazioni di amici e aziende che ci sostengono, soci benefattori, che ci aiutano a fare in modo che i nostri progetti siano portati a termine. Nel caso di Sorgenia il terreno comune tra la nostra iniziativa e i valori dell’azienda è stata l’attenzione al mondo delle donne.

A che punto siete con l’attuazione del vostro progetto?

Siamo andati in missione a Pemba a fine marzo, e ora siamo in attesa di ricevere i preventivi dalle aziende locali per capire di cosa ci sarà bisogno per passare alla fase più strettamente operativa. Per noi è fondamentale che siano le maestranze locali a gestire il progetto, perché questo contribuirà a creare attorno al punto nascita un senso di appartenenza. Una volta che avremo i preventivi stabiliremo i tempi e le priorità. Il nostro obiettivo non è di portare soldi sull’isola, ma un giovamento a lungo termine, coinvolgendo la popolazione locale: vogliamo che diventino i protagonisti e gli attori principali dei nostri interventi.