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Vajont, la memoria deve diventare storia

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Renato Migotti (Associazione Superstiti): “A 50 anni dal disastro c’è ancora poca prevenzione e attenzione all’ambiente. Ci rivolgiamo ai giovani affinchè imparino la lezione”

Erano le 22:39 del 9 ottobre 1963 quando una parte del Monte Toc, al confine tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia, si staccò e venne giù, violentata dalla diga artificiale del Vajont, precipitando nel bacino artificiale. In soli 4 minuti l’impatto di 270 milioni di metri cubi di rocce e terra generò al contatto con l’acqua tre onde che travolsero i comuni di Longarone, Erto e Casso, e di Castellavazzo. Quasi duemila persone persero la vita, o almeno tanti furono i decessi accertati. Molti di più coloro di cui il tempo ha fatto perdere le tracce. Pochi, invece, i sopravvissuti di questo che è ricordato come uno dei più grandi disastri ambientali della storia del nostro Paese.

 

Quindici anni fa coloro che avevano vissuto la tragedia del Vajont hanno deciso di mettere insieme le proprie forze e fondare l’Associazione Superstiti, affinchè la memoria di ciò che era accaduto diventasse storia e punto di partenza per prevenire disastri del genere. “Dalla scorsa settimana abbiamo cambiato il nostro nome – ha raccontato ad Energie Sensibili Renato Migotti, architetto e presidente del gruppo -: ora noi siamo l’Associazione Vajont il Futuro della Memoria. Abbiamo così voluto aprirci ai giovani e alle nuove generazioni per avere nuove idee e propulsioni e portare avanti il ricordo di ciò che noi per primi abbiamo vissuto”.

 

Non cercate di far raccontare a Renato e ai suoi compagni quegli attimi di paura, sono restii a farlo. Bisogna guardare avanti con uno sguardo al passato. Gli abitanti delle quattro comunità colpite dalla furia dell’acqua cinquant’anni fa continuano infatti a darsi da fare e a sensibilizzare chi non ha fatto quella esperienza sulla necessità di perpetuarne la memoria. “Questi comuni sono molto distanti tra di loro – ha continuato Migotti – ma cerchiamo di essere quanto più attivi e presenti su tutto il territorio. Il nostro impegno è rivolto soprattutto alle scuole: accompagniamo i ragazzi nei luoghi della memoria, perché possano vedere con i loro occhi ciò che l’uomo ha fatto e studiare e impegnarsi per prevenire incidenti del genere”.

 

Se gli chiedete se il Vajont sia servito o meno Migotti non ha dubbi. “In realtà molto poco – ha continuato l’architetto -. Purtroppo, nonostante i 50 anni trascorsi, è ancora poco conosciuto ai più. Ci sono stati fiumi di inchiostro versati per descriverlo, film, testi teatrali, come quello di Marco Paolini, ma non è bastato. C’è ancora poca prevenzione e poca attenzione all’ambiente in una zona che è molto precaria sotto il profilo idrogeologico e dei terremoti. Mentre però questi sono imprevedibili e non controllabili dall’uomo, per il primo punto si può intervenire. D’altronde è chiaro che qui è l’uomo ad aver sbagliato. L’assemblea Onu di Parigi del 2008 ha definito il Vajont come il disastro colposo più grande del secolo scorso”.

 

Oggi vicino la chiesa di Longarone c’è un aiuola che ricorda il 9 ottobre 1963: è costituita da zolle di terra in parte proveniente dalla frana del Vajont e in parte dalle varie province italiane, a sottolineare la grande solidarietà nei confronti delle comunità colpite. “Siamo un Paese che reagisce sempre positivamente ai disastri – ha concluso Migotti -, siamo sempre pronti ad aiutare, ma non altrettanto bravi a fare prevenzione. Dobbiamo imparare ad agire in modo equilibrato nei confronti dell’ambiente e essere più attenti nell’attività edilizia. Un nuovo ’63 potrebbe provocare danni notevoli. Non devono più esserci un altro Vajont, un’altra Sarno e un’altra Genova”.