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Prometheus, ecco il “supercerotto” biotech che dimezza i tempi di guarigione

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A sviluppare la startup tre under 30: Alice Michelangeli, Riccardo Della Ragione e Valentina Menozzi. L’idea è di combinare il sangue del paziente con polimeri stampati in 3D. Ematik è oggi un prodotto veterinario, ma è pronta la roadmap per arrivare all’applicazione sull’uomo

Il presente per Prometheus sono i prodotti per la medicina rigenerativa veterinaria. E se questa è già di una grande innovazione, il futuro è ancora più interessante, perché la prospettiva è di applicare la stessa tecnologia sull’uomo. Si tratta di ottenere soluzioni che rendono più rapida la guarigione delle ferite combinando un derivato ematico del paziente - nello specifico il prp, plasma ricco di piastrine - con dei polimeri stampati in 3D, velocizzando così la rigenerazione cellulare dei tessuti. I risultati nel campo veterinario sono molto incoraggianti, e ora si tratta di rimboccarsi le maniche e impegnarsi in tutto il complesso - e costoso - percorso di trials che porterà fino a poter utilizzare il sistema anche sull’uomo. A spiegare come nasce l’idea e come si svilupperà è Alice Michelangeli, 29 anni, cofounder di Prometheus. Oggi Alice, marchigiana di Fermo, laureata in biotecnologie mediche veterinarie e farmaceutiche all’università di Parma, ma che a questo percorso ha fatto seguire anche un’ulteriore formazione in management aziendale, è responsabile della pianificazione economico-finanziaria dell’azienda. Gli altri co-founder sono l’attuale Ceo, Riccardo Della Ragione, biotecnologo pugliese di 27 anni, e Valentina Menozzi, 28 anni, Chief technology officer e anche lei laureata in biotecnologie mediche veterinarie e farmaceutiche a Parma.

Alice, come nasce l’idea e quali sono stati i passaggi fondamentali per la crescita di Prometheus?

La nostra idea si è trasformata nel tempo. Eravamo partiti con l’intenzione di realizzare stampanti 3D legate al mondo della ricerca, che potessero realizzare tessuti. Ma nel nostro iter di crescita abbiamo capito che l’opportunità più grande non sarebbe stata quella di creare la stampante, ma di utilizzarla per dare vita a qualcosa di innovativo. Una volta che le idee sono state più chiare abbiamo proseguito con il sostegno del dipartimento di medicina veterinaria dell’università di Parma, che ci ha supportato per le attività di ricerca da cui è nato Ematik Ready, il kit che consente di creare una sorta di cerotto in grado di dimezzare i tempi di guarigione delle ferite rispetto ai metodi tradizionali. Ad affiancarci come advisor da tre anni è inoltre Andrea Chiesi di Chiesi Farmaceutici. Oggi utilizziamo Ematik con successo in veterinaria, ma vogliamo arrivare all’applicazione anche sull’uomo, per curare alcune ferite gravi come le piaghe da decubito, le ulcere venose e le ulcere da piede diabetico. Ovviamente per arrivare a questo risultato sarà necessario ottenere il marchio CE, dopo aver effettuato una serie di test secondo direttive e normative ben precise.

Alice Michelangeli.jpg

Questo richiede un grande sforzo economico, oltre che organizzativo?

Sì, e infatti proprio in questo periodo siamo impegnati a pianificare il percorso che ci potrà far ottenere i finanziamenti per i test. Il fabbisogno attuale è di circa un milione e 900mila euro, che stiamo cercando di ottenere combinando uno strumento di finanza agevolata, “Smart & Start” di Invitalia, con equity privato: avvieremo una campagna di crowdfunding su Mamacrowd a febbraio, aprendo il nostro capitale a chiunque creda nella nostra idea e voglia supportarci.

Quali sono le più grandi difficoltà che avete incontrato finora nel vostro percorso?

Quando siamo partiti avevamo tra i 23 e i 25 anni, e l’ostacolo più grande - dal mio punto di vista - è stato il fatto di avere una mentalità molto più da ricercatori che da imprenditori. Così per sviluppare il nostro progetto abbiamo dovuto abituarci a termini per noi nuovi, e soprattutto abbiamo dovuto capire che non dovevamo innamorarci della nostra idea, ma essere disposti a cambiarla in funzione della richiesta che arrivava dal mercato. I due più grandi scogli da superare sono stati il relazionarsi con le dinamiche del mercato e dei clienti.

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Questo ha richiesto flessibilità, ma immagino abbia avuto un ruolo anche la tenacia…

Certo, perché non possiamo dimenticare che, allo stesso tempo, una chiave fondamentale che ci ha permesso di proseguire è stata quella di credere fermamente nelle nostre idee. Da chi ha fatto percorsi simili al nostro possono arrivare aiuti, ma anche limitazioni: quello che ho imparato nel tempo è che è importante ascoltare tutti, ma poi bisogna ragionare con la propria testa. Altrimenti è facile che si creino dinamiche in cui chi ci offre un consiglio, animato dalle migliori intenzioni, possa portare a ricondurre tutto a un percorso già fatto, mentre l’innovazione consiste proprio nell’uscire dalla via già segnata.

Come ha risposto il mercato veterinario alle vostre soluzioni?

Molto bene, i primi clienti sono soddisfatti dei risultati. Poi è arrivata l’emergenza Covid e ha resto tutto più difficile. Ma nell’anno appena iniziato, con una situazione più stabile, ci auguriamo che sia un po’ più semplice proseguire nel percorso di crescita. In ogni caso il prodotto sì è dimostrato efficace in veterinaria, e siamo convinti che i risultati possano essere ancora migliori quando sarà possibile applicarlo all’uomo. A confortarci in questo c’è anche il fatto che ogni volta che proponiamo la nostra idea agli ospedali per coinvolgerli nei trial sull’uomo l’interesse è davvero alto, e sono molte le realtà che stanno progressivamente accettando di collaborare.

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Come state tutelando la vostra idea?

Abbiamo registrato tre brevetti nazionali che vanno a coprire ogni aspetto della nostra tecnologia, e a brevissimo registreremo anche i brevetti internazionali grazie all’aumento di capitale che stiamo pianificando.
Guardiamo al futuro.

Ematik Kit.jpg

 

Avete ricevuto manifestazioni di interesse, ci sono “giganti” farmaceutici interessati a voi?

Il nostro impegno è quello di creare valore attorno alla nostra idea. Poi le prospettive possono essere molte, ed è bene che rimangano aperte. Al momento la nostra strategia è di far crescere la parte veterinaria in modo che questo sviluppo possa consentirci di affrontare i costi delle sperimentazioni dell’utilizzo sull’uomo. E allo stesso tempo stiamo anche iniziando a studiare la quotazione in Borsa. Tutto questo per realizzare una roadmap che ci consenta, dopo l’aumento di capitale, di arrivare ai trials sull’uomo entro fine 2022 e poi sul mercato con un “Ematik” che possa essere utilizzato sull’uomo entro il 2024. Oltre a questo abbiamo sviluppato anche altre soluzioni, per il trattamento ad esempio di patologie articolari veterinarie e ulcere oculari, che potrebbero anche questi essere applicati all’uomo con un time-to-market più agile.