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Mascherine e sostenibilità: ecco i modelli attenti all’ambiente

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Con il perdurare dell’emergenza sanitaria cresce il numero delle startup impegnate a fare in modo che i dispositivi di protezione individuale non si trasformino in una bomba di inquinamento per il pianeta

A inizio pandemia le previsioni di una ricerca di iiMedia Consulting Buisiness Intelligence, riportati dal sito cinese imedia.cn, prevedevano per il 2020 una produzione di mascherine pari a 100 miliardi di unità solo nella Repubblica Popolare Cinese. E questo è solo uno dei dati che contribuiscono a dare l’idea di quale possa essere il costo ambientale delle misure che utilizziamo per contenere la diffusione del virus nella vita di ogni giorno.

Ma non si tratta dell’unica fonte che può essere citata. Secondo una ricerca dell’UCL's Plastic Waste Innovation Hub che prende a campione il Regno Unito, ad esempio, se ogni cittadino del Paese utilizzasse una mascherina al giorno in un anno si arriverebbero a produrre 66mila tonnellate di rifiuti contaminati e 57mila tonnellate di plastica.

Quanto all’Italia, alcuni dati utili arrivano dall’Ispra, l’istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale, secondo cui prendendo come unità di misura un fabbisogno variabile tra i 35 e i 40 milioni di mascherine al giorno e di 70/80 milioni di guanti, in un giorno si arriverebbero a produrre 1.240 tonnellate di rifiuti.

Per mettere un argine a questa situazione, e tentare di garantire contemporaneamente la protezione personale dal virus e quella dell’ambiente da un’ondata di rifiuti imprevista e difficile da riciclare, molte aziende si sono mobilitate per ideare e produrre mascherine sostenibili, riutilizzabili o composte da materiali riciclati, uscendo dalla logica degli oggetti monouso.

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Il primo passo è stato quello di spingere con decisione sull’R&D, per individuare soluzioni che fossero percorribili in tempi rapidi grazie all’innovazione tecnologica, che si tratti di materiali provenienti dal riciclo, di tessuti prodotti grazie alle stampanti 3D o di fibre naturali che possono essere riutilizzate dopo l’igienizzazione.

LA MASCHERINA “AL CAFFÈ” E QUELLA IN BAMBÙ

Dopo un primo periodo di studio, le soluzioni si sono moltiplicate e hanno dato una dimostrazione tangibile di come grazie all’innovazione anche il problema dell’inquinamento da mascherine possa essere ridotto al minimo o addirittura azzerato. Soltanto per citare qualche esempio tra i progetti più riusciti su scala internazionale ci spostiamo ad esempio in Portogallo, dove vengono prodotte le mascherine Share the Passion: si tratta di dispositivi prodotti dal bambù, con un rivestimento bio-based, che possono essere lavate e riutilizzate fino a 100 volte.

Ci spostiamo in Olanda per il cinturino regolabile, nato dalla lavorazione dello zucchero di canna, che consente di adattare gli elastici delle mascherine alle esigenze degli utenti senza creare irritazioni alle orecchie: il progetto vede la luce grazie alla collaborazione tra due aziende, Biopromotions e Braskem.

Ci sono poi le mascherine al caffè realizzate in Canada da Shoex, “AirX”: prodotte in Vietnam, sono al 100% riutilizzabili e biodegradabili, e possono essere utilizzate per 30 giorni prima di essere sostituite.

Nascono invece in Belgio, da un progetto della Capitain Cork, le maschere respiratorie in sughero, composte all’interno da unno strato di cotone e all’esterno dal materiale estratto dalle cortecce degli alberi. 

Abaca Tra i tessuti innovativi per la realizzazione delle mascherine c’è inoltre l’Abaca, una fibra più resistente, ecologica ed economica della plastica, utilizzata nelle Filippine per la produzione di banconote e bustine da tè.

Tra le caratteristiche principali di questo materiale ci sono:

  • la facilità di smaltimento, dal momento che per decomporsi impiega circa due mesi
  • il basso costo, che lo rende più conveniente rispetto ai materiali plastici normalmente utilizzati per le mascherine.

Dai test del dipartimento di Scienza e Tecnologia (Dost) delle Filippine è emerso che le mascherine in abaca sono 7 volte più efficaci nel filtrare le particelle d'aria, offrendo quindi una protezione migliore rispetto alle comuni mascherine in tessuto.

MASCHERINE “OPEN SOURCE” CHE SI STAMPANO IN 3D

Dicevamo prima della stampa 3D: è la tecnologia scelta da Copper3D, società con headquarters in Cile, per produrre i modelli di “NanoHack”: una mascherina “open source” il cui progetto può essere scaricato gratuitamente per la stampa. Sempre in Sudamerica, stavolta in Brasile, paese severamente colpito dalla pandemia, il Fablab di Curitiba produce grazie alla collaborazione con la startup Maha 3D i modelli di mascherine progettati in Repubblica Ceca dal Czech Institute of Informatics, Robotics and Cybernetics.

LE MASCHERINE SOSTENIBILI IN ITALIA

Una rapida carrellata tra le mascherine sostenibili in Italia ci porta a scoprire una serie di iniziative che si sono sviluppate negli ultimi mesi su tutto il territorio nazionale, dalla Cappello Group di Ragusa, che ha ideato una mascherina a forma di goccia, alla Treré innovation di Padova, che ha progettato le mascherine “unleash your nature”, che possono essere lavate a sessanta gradi e riutilizzate. Si tratta di dispositivi in “Texlyte Nano”, tessuto sintetico riciclabile al 100%.

In provincia di Matera inoltre la società Or.ma, in collaborazione con Natuzzi e con il Politecnico di Bari ha progettato una mascherina in due stati: il primo in “tessuto non tessuto” idrorepellente e uno filtrante, costituito da due strati di materiale accostati.

Dalla partnership tra la cooperativa sociale Eta Beta con Zero Waste Italy e con il supporto scientifico dell’Università di Bologna è nata a Bologna la mascherina Eta 20, che può essere prodotta in 20mila esemplari a settimana dando una possibilità di inserimento lavorativo a decine di persone disabili e svantaggiate. Il dispositivo conta su un involucro in stoffa, con cotone all'interno e tessuto tecnico all'esterno, e conta su un filtro sostituibile che la rende sicura oltre che poco aggressiva verso l’ambiente.

Torniamo infine in Sicilia per IMask, startup fondata a Siracusa da Giovanni Gallo e Salvatore Cobuzio per la produzione di mascherine 100% made in Italy, riutilizzabili all’infinito ed eco-sostenibili. Il corpo principale è in gomma termoplastica anallergica che si adatta alla forma del viso. Poi ci sono il filtro FFP3 sostituibile, la cartuccia che contiene il filtro, e un sistema regolabile simile a quello delle maschere da sub. Il corpo della mascherina può essere lavato, sterilizzato e riutilizzato, mentre il filtro dura un mese e poi deve essere sostituito.