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Lucia Gardossi: “Care giovani scienziate, non fate le brave bambine”

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La docente del dipartimento di Scienze chimiche e farmaceutiche dell'Università di Trieste, vincitrice del premio Tecnovisionarie 2020: “Molte giovani scelgono la ricerca, poche riescono a fare carriera. Ma tutte possono contribuire a cambiare questo schema”

“Sicuramente quella della scienza è una carriera che permette di acquisire una forte autonomia. Questo indirizza molte ragazze a sceglierne il percorso, che è anche estremamente stimolante dal punto di vista professionale. Se dovessi dare un consiglio a una ragazza che oggi intraprendesse questa strada le direi di non fare la ‘brava bambina’, perché è un atteggiamento che non paga. Le consiglierei di stare molto attenta non soltanto a ciò che succede in laboratorio, ma anche a quello che avviene fuori, di mantenere un atteggiamento critico, di essere consapevole dei propri diritti e di vigilare. Perché ci sono gli strumenti per prevenire le discriminazioni e i soprusi, ed è importante imparare a sostenersi a vicenda, a fare network. Le regole vanno applicate, perché tutelano proprio i più fragili, mentre troppo spesso si pensa che siano soltanto scritte sulla carta”. A parlare è Lucia Gardossi, docente del dipartimento di Scienze chimiche e farmaceutiche dell'Università di Trieste, a cui è stato assegnato il riconoscimento speciale per Scienza e ricerca nell’ambito del premio internazionale Tecnovisionarie 2020, che nella sua quattordicesima edizione è stato dedicato al tema “Interpretare l’economia circolare attraverso l’innovazione”. Oltre all’impegno più strettamente accademico, Lucia Gardossi fa parte dal 2017 del consiglio direttivo del Cluster tecnologico nazionale italiano per la chimica verde “SPRING”, ci cui è coordinatore del comitato scientifico.

Professoressa Gardossi, come ha accolto questo riconoscimento?

Con grande soddisfazione e gratitudine perché riconosce il contributo delle tante donne che sono impegnate nella scienza per accelerare una transizione che stiamo vivendo quotidianamente. È una conseguenza di quello che specialmente in questo periodo stiamo vivendo quotidianamente. Oggi la scienza, la politica e finalmente anche i cittadini si sono accorti che bisogna investire nella sostenibilità ambientale e sociale, che a sua volta integra anche quella economica. Se fino a qualche anno fa parlare di nuovi modelli di sviluppo faceva storcere il naso, oggi è un principio presente nelle norme dell’Unione europea e anche del nostro Paese. Grazie alla circolarità, ai nuovi modelli per interpretare lo sviluppo e la crescita si può proporre alle generazioni future una via per innovare e crescere, ma in sintonia con l’ambiente e il territorio, con il benessere sociale e la salute. Perché non può esserci salute, ormai è chiaro, senza benessere ambientale.

Come si traducono nella pratica questi principi?

Ad esempio con la bioeconomia circolare, basata sulle biorisorse e quindi sulle risorse rinnovabili. Questo risponde a una urgenza ormai abbastanza condivisa di riconnettere ambiente, economia e territori. Se in passato prevaleva il principio che il territorio dovesse essere saccheggiato per far crescere il Pil, oggi si pensa che il territorio debba esprimere le proprie esigenze, e le comunità che vi abitano le proprie potenzialità: su questo si deve impostare il modello di crescita e di sviluppo. Da qui nasce la necessità dell’attenzione a non ferire l’ambiente, alla sostenibilità, alla valorizzazione degli scarti delle attività agricole e alimentari in una visione circolare, alle risorse rinnovabili. È un modo per trasformare i potenziali problemi in una forza economica.

E l’Italia come si pone in questo scenario?

Nel nostro Paese si stanno realizzando progetti all’avanguardia, come ad esempio quelli che riguardano la valorizzazione del rifiuto organico, che potrebbe diventare per l’Italia il petrolio del futuro. Siamo precursori in molti settori della green economy, con tecnologie avanzate sui biocarburanti, sul biogas, sul biometano, ma anche per ottenere plastiche rinnovabili dai prodotti che derivano da un’attenta valorizzazione dei rifiuti. Io nella mia attività mi interfaccio con la parte delle nostre imprese che sono più propense all’innovazione. E l’Italia tradizionalmente conta su un tessuto di piccole e medie imprese create da persone motivate e visionarie: vedo imprenditori che inventano soluzioni eccezionali. Questo ci ha consentito di dare vita a vere e proprie eccellenze, il nostro settore chimico delle bioplastiche ce lo invidia tutto il mondo.

Ovviamente però la transizione che stiamo vivendo va accompagnata, come nel caso del passaggio dal fossile al non fossile, in maniera sapiente per non creare squilibri economici o disoccupazione. Ma bisogna cogliere l’opportunità, accelerare, fornendo alle imprese gli strumenti normativi per facilitare la transizione, l’acquisizione e la messa in opera di tecnologie che ormai esistono e sono a disposizione di tutti.

Quanto può dimostrarsi utile la collaborazione pubblico-privato in questo campo?

È essenziale: in Italia esistono dodici cluster che puntano su altrettanti temi identificati dal MIUR come aree di sviluppo strategiche per il Paese. Tra queste c’è la chimica verde, il cluster tecnologico nazionale di cui faccio parte, che ha l’obiettivo di mettere in comunicazione la ricerca, gli stakeholder industriali, i parchi scientifici, le startup, le amministrazioni regionali: perché non si va avanti se si utilizza la logica dei compartimenti stagni. Così la ricerca dialoga con l’industria ascoltando il bisogno di innovazione che arriva dalle aziende, e si interfaccia con i territori e le Regioni per capire cosa c’è da fare per abilitare ricadute positive, in una visione a lungo raggio. Si parte dalla ricerca, anche da quella di base, e si dialoga pensando a orizzonti abbastanza lontani. Le tecnologie ci sono, bisogna lavorare sulla creazione delle filiere, mettendo in rete competenze diverse. È un’idea su cui stiamo puntando molto, anche in ottica recovery fund, per creare una proposta di sviluppo italiano dove non c’è soltanto la bellezza del made in Italy, ma anche la sostenibilità del made in Italy. In questo la chimica ha un ruolo centrale, perché se riusciamo a fare una chimica sostenibile e rinnovabile a cascata diamo un’impronta green a tutta l’industria manifatturiera.

Quali sono i comparti in cui le possibilità di sviluppo sono migliori?

Possiamo pensare ad esempio al design indirizzato all’utilizzo di materiali sostenibili come le nuove plastiche sostenibili o biodegradabili. E poi la moda, con la composizione dei tessuti su cui ultimamente si sta facendo una grande attività di ricerca. Anche nel tessile, infatti, ci sono spazi molto interessanti per creare materiali sostenibili e rinnovabili.

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Ma i nuovi prodotti sono competitivi con quelli più tradizionali in termini di prezzo?

Su questo c’è bisogno di fare un ragionamento. Perché in realtà i costi e i prezzi attuali di merci e prodotti che sembrerebbero a prima vista più economici non tengono conto dei prezzi nascosti che paghiamo e di cui non ci rendiamo conto. Quanto costa produrre una plastica fossile in termini di CO2, consumo di acqua e così via? Questo costo prima o dopo dovrà essere conteggiato, e in quel momento ci dovremo far trovare pronti a dare una risposta, perché si apriranno definitivamente grandi spazi di mercato. Io sono di una generazione in cui si boicottavano certi produttori, ma oggi quelle stesse multinazionali si sono convertite a politiche green. È il risultato di 30 anni di lavoro sull’empowerment dei consumatori, che ha contribuito a fare in modo che il valore etico del prodotto rientrasse nella considerazione del suo valore economico, anche se non è successo in tutti i settori.

Torniamo al “gender gap”: quanto pesa nel mondo della scienza e della ricerca?

Oggi per entrare nel mondo della ricerca scientifica una donna non ha alcun problema.
Se guardiamo i dati, ci accorgiamo che abbiamo più laureate donne, e questo si traduce in dottorande, assegniste di ricerca: nelle fasi iniziali della carriera le donne rappresentano la stragrande maggioranza. Diverso è se guardiamo agli apici.

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Diciamo che finché non si compiono i 40 anni una donna è una risorsa in termini di talento e determinazione, e non c’è discriminazione: qualsiasi ‘capo’ vorrebbe averla con sé. Poi però se ha una famiglia deve scendere a compromessi che agli uomini non vengono chiesti. Inoltre nella maggior parte dei casi alle donne che arrivano a posizioni apicali viene chiesto di aderire a standard e requisiti imposti dai loro colleghi: c’è da rivedere tutto il sistema di valutazione delle carriere, perché la scienza non può essere vista come una scelta totalizzante per sacerdotesse che si immolano a questo obiettivo. C’è bisogno di persone di tutti i tipi: di chi ha la ‘vocazione’, ma anche di chi sa dialogare con altri mondi e altri settori, perché oggi è sempre più importante l’interdisciplinarietà.

E la meritocrazia?

È probabilmente l’aspetto più triste e su cui bisogna lavorare di più, perché oggi il concetto di meritocrazia si basa comunemente su parametri autoreferenziali. La percezione dell’autorevolezza è viziata da una serie di radicate inclinazioni culturali. Se passiamo in rassegna chi è che decide chi dovrà fare carriera, ci accorgiamo che si tratta prevalentemente di uomini, bianchi, provenienti da certi Paesi europei, e che premiano chi è simile a loro. Sarà necessario trovare una soluzione, perché questo comporta un enorme spreco di talenti e risorse che non possiamo permetterci. Non è accettabile che le donne a un certo punto spariscano dalle pipeline delle carriere: come non funziona un gruppo di sole donne, così non può funzionare quello composto da soli uomini, nemmeno a livello decisionale.

Come si pone l’Italia rispetto al ruolo delle donne nella scienza?

Le potrà sembrare strano, ma la situazione in Italia è migliore che - ad esempio - nel Nord Europa. In Italia, in assoluto, ci sono più donne in posizioni apicali. Ma questo è anche dovuto al fatto che cresce costantemente il numero di donne che sceglie di entrare nella ricerca: questo vuol dire che tante vengono “fatte fuori”, ma che di pari passo cresce anche il numero di quelle che riescono ad avere successo. Si tratta però di un cambiamento troppo lento. Non si può dire alle nuove generazioni che ci saranno più donne che vanno avanti ma anche più donne che verranno falciate sul campo. I dipartimenti oggi sono pieni di donne, che fanno più fatica dei loro colleghi, e c’è una quantità di sofferenza inespressa dovuta a soprusi e umiliazioni che è preoccupante. Non si può aspettare che ne resti vivo un numero sempre maggiore, ma bisogna agire velocemente, anche per il bene degli uomini, perché di un sistema che funziona meglio e in cui le persone sono più serene se ne avvantaggerebbero tutti.