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L’Italia dei distretti industriali traina la crescita economica

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Presentato il Rapporto dell’Osservatorio 2014: 278 mila sono le imprese così organizzate, per 1,4 milioni di addetti e un saldo attivo import-export di 77 miliardi di euro. Il territorio protagonista dello sviluppo

Il capitalismo familiare, che sostiene i distretti produttivi italiani, ha fatto della green economy il suo cavallo di battaglia, minimizzando l’uso dell’energia e delle materie prime, con una riduzione del proprio impatto sull’ambiente ed un aumento della competitività. Si è parlato anche di ecosostenibilità nel corso della presentazione del quinto Rapporto dell’Osservatorio dei Distretti, promosso da Unioncamere per conoscere a fondo la complessa situazione economica del Belpaese, in cui tuttavia “l’effetto distretto” è ancora molto forte e in grado di guidare la crescita dell’intero sistema produttivo.

 

I DATI DEL RAPPORTO

Le informazioni raccolte da Unioncamere in seguito al censimento di 100 distretti industriali nostrani parlano chiaro: sono 278 mila le imprese che operano in questo contesto, con 1,4 milioni di addetti, per 75 miliardi di Pil e un saldo attivo import-export di 77 miliardi di euro. Sono questi i numeri dell’ “Italia che va”, nonostante la crisi economica abbia colpito duramente negli ultimi anni anche questa fetta di imprenditoria. Tuttavia, le aree in questione, profondamente legate al territorio, hanno dimostrato la capacità di anticipare fasi di ripresa rispetto al resto del tessuto produttivo. Nei distretti, la maggior parte delle aziende è di piccola o piccolissima dimensione, spesso a conduzione familiare, che concentrano oltre il 50% dell’occupazione manifatturiera italiana. Basti pensare che soltanto lo 0,2% di queste ha più di 250 addetti.

 

IL PRIMATO VA AL VENETO

Il campione assoluto di questo modello economico tutto italiano è il Metadistretto alimentare Veneto, area di eccellenza del pandoro e del vino, dei formaggi e del mandorlato. Seguono sei distretti della Regione Toscana, in particolare quello di pelli, cuoio e calzature di Valdarno Superiore e quello tessile e abbigliamento di Empoli. Per trovare il primo territorio meridionale, tra i cento censiti, bisogna aspettare la settima posizione, conseguita dal distretto agroalimentare di Nocera Inferiore, in Campania. Il loro successo consiste nell’essere portatori dei valori tradizionali del Made in Italy, dell’attaccamento al luogo di origine e dell’alta specializzazione.

 

INVESTIRE PER UNA MAGGIORE COMPETITIVITA’

Secondo gli esperti di Unioncamere, le priorità per preservare e rafforzare la competitività dei sistemi distrettuali sono chiare. Per prima cosa, bisogna recuperare il gap sulle infrastrutture di comunicazione e sulle applicazioni digitali; ridurre poi i costi e i tempi della giustizia civile e rendere la macchina burocratica più vicina alle esigenze delle imprese; infine, rafforzare il dialogo tra mondo del lavoro e offerta formativa e facilitare la differenziazione tra i territori, che rimangono il vantaggio competitivo delle filiere distrettuali. Il tutto senza trascurare il versante del credito, che se non va rafforzato rischia di avere forti ripercussioni sui processi di investimento e di innovazioni, indispensabili per lo sviluppo del mercato.

 

“L’OSSERVATORIO COME INFRASTRUTTURA CONOSCITIVA DEL PAESE”

“L’osservatorio può essere considerato come una infrastruttura conoscitiva del Paese, perché mette a disposizione di imprenditori, Camere di Commercio e organi decisionali una base informativa aggiornata circa l’evoluzione economica dell’Italia”, ha commentato il presidente di Unioncamere Ferruccio Dardanello. Questi ha anche sottolineato che “la proiezione sui mercati internazionali delle filiere distrettuali ha il suo fondamento in quella cultura del produrre fatta di qualità, genialità, tradizione che nessuno potrà mai imitare, perché ha valori fondanti nel territorio e nei saperi locali, che la globalizzazione esalta anziché distruggere”.

 

@Idart87

 

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