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Centri antiviolenza, chiamate dimezzate durante il lockdown

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Intervista a Maura Misiti, direttrice della ricerca all’Irpps-Cnr: “Meno donne hanno chiesto aiuto, ma questo non vuol dire che i maltrattamenti siano diminuiti”

Come è cambiata l’attività dei centri antiviolenza durante la pandemia e il lockdown? Per dare una risposta a questa domanda il “Progetto ViVa”, lanciato dall’Irpps, l’istituto del Cnr che si occupa delle ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, ha effettuato durante il mese di aprile 2020 una instant survey rivolta ai centri antiviolenza attivi su tutto il territorio nazionale. È emerso che molti di loro hanno “cambiato pelle” per cercare di continuare a svolgere il loro lavoro anche durante il lockdown. In generale le chiamate di “primo contatto” ricevute dai centri antiviolenza si sono quasi dimezzate durante il mese di aprile rispetto al periodo precedente: questo però ovviamente non vuol dire che gli atti di violenza siano diminuiti, ma più probabilmente è legato a una maggiore difficoltà nel farli emergere. Ne abbiamo parlato con Maura Misiti, che è direttrice della ricerca all’Irpps e coordinatrice del progetto ViVa.

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Dottoressa Misiti, come sono cambiati i centri antiviolenza durante il lockdown? Che aiuto ha dato la tecnologia?

Partirei da un dato di contesto: il lockdown ha rappresentato un fattore di rischio in più per le donne coinvolte in contesti familiari caratterizzati dalla violenza, e questo ha reso necessario che i centri antiviolenza si mettessero in discussione e cambiassero per continuare a mantenere il proprio ruolo. Anche e soprattutto in un momento di distanziamento fisico dalle donne, imposto dalle normative d’emergenza adottate a livello nazionale per combattere la pandemia.

La risposta principale data dai centri è stata quella di rafforzare l’accoglienza telefonica e da remoto, pur nella piena consapevolezza che il momento del contatto fisico donna-operatrice è imprescindibile. C’è però anche da dire che questa esperienza potrà servire a valorizzare le competenze acquisite per il lavoro da remoto, che è stato accettato e organizzato nella maggior parte dei casi con grande creatività e predisposizione all’innovazione: attività sui social, dirette Facebook, diffusione di video, anche tramite WhatsApp.
Un altro ambito importante in cui la tecnologia si sta rivelando particolarmente utile è quello dell’organizzazione e dell’analisi dei dati: nel corso dell’indagine condotta nel 2018, infatti, era emersa una grande difficoltà in questo senso. Questo periodo potrebbe aver rappresentato anche una opportunità di alfabetizzazione informatica e statistica per chi opera nei centri e per chi vi si rivolge, che potrà rivelarsi molto utile in futuro.

Quali sono i principali dati emersi dalla vostra ricerca?

Inizierei dal fatto che alla survey ha risposto più del 70% dei centri antiviolenza attivi sul territorio italiano, per l’esattezza 235 su 335. L’evidenza principale è, come dicevamo, che l’emergenza ha messo i centri di fronte alla necessità di rivedere le loro modalità operative, con l’89% che ha lavorato esclusivamente da remoto e soltanto uno che è stato costretto a sospendere l’attività. L’altro elemento di discontinuità rispetto alla media e rispetto ai risultati della rilevazione che avevamo condotto nel 2018 è il fatto che è drasticamente diminuito durante l’emergenza il numero delle donne che si sono messe in contatto con i centri antiviolenza. I nuovi contatti si sono praticamente dimezzati, passando da una media settimanale di 5,4 contatti per centro a 2,8.

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Sono cambiate anche le richieste di chi si rivolge ai centri antiviolenza?

Sì, durante l’emergenza molte donne si sono rivolte ai centri antiviolenza, ad esempio, per chiedere un supporto economico immediato. Da un certo punto di vista possiamo dire che queste donne non hanno individuato il referente più adatto per questo genere di richieste, perché gli strumenti di intervento dei centri antiviolenza sono da questo punto di vita estremamente limitati, ma questo dato è un campanello d’allarme sulle conseguenze - non soltanto sanitarie - della pandemia e un’indicazione sul fatto che la capacità di accoglienza delle operatrici dei centri antiviolenza è stata identificata come una delle possibilità più concrete per chiedere ed ottenere aiuto. Al di là di questo aspetto, le richieste più frequenti sono state quelle di ascolto telefonico, di consulenza psicologica e di assistenza legale. Sono invece diminuite le richieste di alloggio (-71%) o di supporto a percorsi lavorativi (-76%), così come quelle dei servizi rivolti specificatamente alle donne migranti e richiedenti asilo (-80%).

E dal punto di vista più strettamente legale cosa è successo?

Se da una parte si è rafforzato il rapporto tra i centri antiviolenza e i servizi sociali comunali per cercare di dare una risposta adeguata a tutte le richieste, dall’altra il fatto che i tribunali fossero chiusi (fino al primo maggio, tranne che per i casi urgenti) ha causato qualche disagio per i procedimenti già in corso. Fortunatamente registriamo una grande collaborazione anche con le forze dell’ordine e le questure, con gli agenti sul territorio che sono stati sensibilizzati in modo particolare sui rischi di violenza domestica in un momento particolarmente complicato a causa del lockdown.

Infine è calato anche il numero delle vittime di violenza che si sono rivolte agli ospedali, ma questa è probabilmente una delle conseguenze più dirette della pandemia: come per molti altri pazienti, la scelta è stata di evitare di esporsi al rischio di contagio nelle strutture sanitarie.

Cosa è successo nelle case rifugio?

Dal punto di vista dell’ospitalità, abbiamo registrato una serie di difficoltà aggiuntive, a causa dei problemi legati alla quarantena. Proprio per questo la ministra Lamorgese ha firmato una circolare in cui consentiva ai prefetti di requisire dei locali per ospitare le donne. Inoltre il Dipartimento per le Pari Opportunità ha destinato 5 milioni di euro, rivolta proprio ai centri antiviolenza e alle case rifugio, per dotare queste strutture degli strumenti di prevenzione sanitaria contro il Covid-19. Un intervento importante perché i centri non avevano ricevuto né mascherine né guanti nella prima fase dell’emergenza. L’avviso - valido fino a luglio - prevede di assegnare 5mila euro per ogni centro antiviolenza e 15mila euro a ogni casa rifugio per l’adeguamento delle proprie strutture con misure di prevenzione del contagio quali uso di dispositivi di protezione individuale, organizzazione di zone-colloquio sicure e camere singole per le ospiti.

Il fatto che siano diminuiti i contatti con i centri antiviolenza però non vuol dire che siano diminuite le violenze…

L’idea che mi sono fatta parlando anche con molte colleghe ed esperte del settore è che le donne siano in qualche modo state costrette a “sopportare” di più durante questo periodo particolarmente difficile, e che aspettino la fine dell’emergenza per reagire. Non mi stupirei, dunque, se nei prossimi giorni aumentassero le denunce. Anche perché negli ultimi due mesi sarebbe stato particolarmente difficile, con tutti costretti in casa, trovare il momento giusto per contattare il centro antiviolenza e poter parlare liberamente.

Per approfondire: leggi i risultati dell'indagine "I centri antiviolenza ai tempi del Coronavirus".