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Social recruiting: come sta cambiando il mondo del lavoro?

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Le aziende sono sempre più attente al profilo informale e alla reputazione online dei candidati. Eugenio Amendola di Anthea Consulting ci ha dato qualche consiglio, per imprese e lavoratori

Con i social media si lavora, e anche tanto. È una realtà in continua espansione che vede la nascita di nuove professioni legate non solo alla comunicazione interpersonale, ma anche alla dimensione aziendale. Da vetrina aperta ad un pubblico ristretto di amici e conoscenti, il raggio di azione dei social network si sposta progressivamente verso un indirizzo più ampio che comprende una platea di potenziali datori di lavoro, sempre più attenti alla reputazione del candidato. Come cambia il settore delle Risorse Umane tra web reputation, employer branding e social recuiting? Lo abbiamo chiesto a Eugenio Amendola, managing director di Anthea Consulting, e presidente del Social&Mobile Recruiting Forum, giunto alla quinta edizione.

Per approfondire: Social media e pmi per sviluppare una brand strategy efficace

 

Dottor Amendola, il social recruiting è un trend che negli ultimi anni ha conosciuto una forte espansione. Di cosa parliamo e che portata sta avendo?

Volendo tradurre letteralmente significa operare una selezione dei candidati attraverso i canali social, ma dietro questo trend ci sono essenzialmente due fattori importanti: la leva costi-benefici da un lato e la facilità di utilizzo dall'altro. Utilizzare i social media significa innanzitutto saperli conoscere attraverso le loro funzionalità in modo transmediale, cioè adattare la propria strategia aziendale partendo dal fatto che Twitter, Facebook o Linkedin hanno scopi e natura diversa, e quindi richiedono un approccio differente per la stessa finalità.

 

Come vede questa scissione dei social tra un lato puramente ludico e un altro più professionale?

Ci sono diversi aspetti da tenere in conto che stanno progressivamente mescolandosi, sia a livello di identità digitale del singolo privato, sia per quanto riguarda la consapevolezza che oggi su questi stessi social media le aziende vanno a sviluppare una sorta di assessment del candidato stesso. Da qui la necessità di gestire la propria “reputazione digitale” con prudenza perché può avere effetti anche sul piano lavorativo. In sostanza il classico curriculum cartaceo oggi vien sottoposto ad uno screening sui social network e sui motori di ricerca per valutarne il ritorno in termini di identità con informazioni anche di carattere informale che consegnano un profilo molto più complesso.

 

Pensiamo a portali come Face4Job o Jobyourlife, fino a Monster: secondo lei si può parlare di un avvicinamento del lavoro alle dinamiche social?

Assolutamente, sono due mondi che si stanno avvicinando molto. C'è una maggiore integrazione verso un processo di socializzazione: pensiamo ad esempio al portale Monster che ha sviluppato Be Known, una piattaforma che gira su Facebook e si integra con i profili degli utenti. O ancora, negli USA è molto presente Glassdoor, un portale in cui i dipendenti esprimono la propria opinione sul loro posto di lavoro. Detto questo l'azienda deve porsi due obiettivi: da un lato deve essere presente sui canali social e prepararsi nel miglior modo possibile, dall'altro gestire le relative policy interne, stabilendo prassi che permettano ai dipendenti di utilizzare i social media con buon senso producendo vantaggi in termini di visibilità e reputazione, fino a diventare ambassador del brand.

 

Un consiglio alle aziende che cercano candidati e uno a chi cerca lavoro.

Le aziende italiane sono ancora indietro sull'utilizzo dei social netowork come employer, ma sono molto attive in fase di assessment, quindi consiglierei di entrare nel settore in maniera più diretta, seria e presente, con un approccio sistematico . Al candidato invece raccomanderei di stare attento alla gestione della propria identità digitale perché può giocare un elemento determinante ai fini occupazionali.

 

Qual'è il settore in cui il social recruiting aziendale è utilizzato meglio?

Può sembrare un paradosso, ma secondo me è quello bancario in cui si sta svecchiando l'idea stessa di banca, grazie a forme di comunicazione più friendly: grandi gruppi come ad esempio BNL stanno avendo un ruolo pionieristico, utilizzando strumenti di gamification innovativi nel rinnovamento della propria brand identity.