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“La nostra batteria green per supportare l’energia pulita”

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A colloquio con Luigi Crema di Green Energy Storage, startup trentina partner Sorgenia, che ha sviluppato un sistema di stoccaggio a impatto ambientale zero

Una batteria green per usare e gestire l’energia pulita. È sviluppata da Green Energy Storage, startup con sede a Trento con la quale Sorgenia sta collaborando, e sarà sul mercato entro la fine del 2018. Le rinnovabili, come noto, hanno bisogno di sistemi di accumulo, le batterie appunto, per compensare un importante limite: non sono programmabili. Non controlliamo noi, cioè, quando il sole irradia i pannelli fotovoltaici o il vento fa muovere le pale eoliche. Ecco perché sono fondamentali le tecnologie di stoccaggio, dove conservare l’energia prodotta per utilizzarla quando serve.

Green Energy Storage ne ha sviluppata una che eccelle per rispetto dell’ambiente, dato che funziona con materiali riciclabili, in parte organici, come le piante. Ne abbiamo parlato con Luigi Crema, responsabile dell’Unità ARES (Applied Research on Energy Systems) della Fondazione Bruno Kessler, presso cui Green Energy Storage sta conducendo lo sviluppo di questa innovazione sostenibile.

 

Luigi Crema, partiamo dall’inizio. Com’è cominciata l’avventura di Green Energy Storage?

Green Energy Storage si è avviata nel 2015, quando i soci l’hanno fondata per cogliere un’importante opportunità che gli si era prospettata: sviluppare una nuova tecnologia a partire da un innovativo brevetto dell’Università di Harvard, per realizzarne un prodotto finito, pronto a essere immesso nel mercato. È uno dei pochi casi in cui invece che fare andare all’estero le nostre migliori idee, come avviene spesso come conseguenza della cosiddetta fuga dei cervelli, abbiamo importato noi un’idea per trasformarla in un prodotto innovativo.

 

Cioè la batteria organica, o batteria al rabarbaro, come è stata definita dalla stampa.

La dicitura batteria al rabarbaro è stato più uno slogan usato nella fase iniziale per rendere l’idea. I chinoni che vengono utilizzati dalla nostra batteria, infatti, non sono estratti dalla pianta del rabarbaro, perché il processo sarebbe troppo lungo e dispendioso, ma prodotti in impianti chimici. Sono però a tutti gli effetti dei composti organici. E in futuro, chissà … magari si potranno figurare nuove forme di estrazione da scarti di questo o altri composti organici.

 

È come se usaste una pianta, insomma. O vi sono delle differenze?

Non c’è sostanziale differenza con i chinoni estratti da natura. Come quelli che si trovano nel rabarbaro, anche quelli che utilizziamo noi sono riciclabili a lungo e smaltibili senza provocare alcun impatto sull’ambiente, essendo un prodotto presente in natura. Questo consente di superare un problema che affligge i produttori della maggior parte degli altri sistemi di accumulo: lo smaltimento dei materiali esauriti della batteria, una volta che questa ha finito il proprio ciclo vitale. La sostenibilità, per di più, non è il solo punto di forza del nostro sistema.

 

Quali sono gli altri?

La batteria organica che abbiamo sviluppato, e che stiamo giorno dopo giorno migliorando per avere un prodotto eccellente da inserire nel mercato, è estremamente stabile e flessibile, oltre ad avere un ciclo vitale particolarmente ampio. Ci attestiamo oggi, infatti, su più di un migliaio di cicli di carica e scarica, per una durata della batteria equivalente a circa 4 anni. Questo è un dato da migliorare e sicuramente migliorabile in tempi brevi. Anche su questo aspetto i ricercatori di GES stanno concentrando i loro sforzi.

 

Dove potrà essere applicata la vostra batteria organica?

Gli ambiti di applicazione sono praticamente tutti quelli del consumo stazionario, ossia non legato ai veicoli elettrici. Le nostre batterie potranno essere utilizzate sia su larga scala, sia in piccole realtà. Nel primo caso, un esempio potrebbe essere quello delle infrastrutture che garantiscono il bilanciamento del sistema energetico (l’equilibrio fra domanda e offerta di energia, evitando blackout, ndr). Un esempio tipico di utilizzo in ambito locale è quello dei piccoli produttori domestici di energia rinnovabile, che vogliono accumulare l’energia prodotta per utilizzarla quando il proprio impianto smette di funzionare. Ci sono poi applicazioni più futuribili, come le comunità di condivisione dell’energia.

 

Spieghiamo ai nostri lettori di cosa si tratta.

La Commissione Europea ha indicato, fra le azioni da mettere in campo per arrivare agli importanti traguardi di decarbonizzazione e riduzione delle emissioni di Co2, lo sviluppo di sistemi di condivisione dell’energia in ambito locale. Significa che in realtà piccole, ad esempio un quartiere, i vicini si scambieranno l’energia prodotta sul posto con impianti rinnovabili. Questi sistemi avranno bisogno ovviamente di un elemento centrale di accumulo, che funga da mediatore per realizzare questi scambi. E se una batteria ci deve essere, perché non 100% rinnovabile, proprio come l’energia scambiata (ride, ndr)?

 

Quali sono i vostri prossimi step e quando vedremo la vostra batteria su mercato?

Entro l’anno contiamo di realizzare qualche decina di esemplari, prodotti precommerciali con i quali condurre le fasi di testing, volte a finalizzare la parte di qualifica della tecnologia. Proprio in questa fase è decisivo il supporto di Sorgenia, che ci aiuterà a realizzare le attività di collaudo fuori dal laboratorio. Alla fine del prossimo anno prevediamo di realizzare circa 300 esemplari, per poi arrivare alla produzione su scala industriale nel 2020.