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La doppia vita di Mr. Klevra

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Di giorno ingegnere in una grande azienda, di notte street artist. È il ritratto di Mr. Klevra, 41 anni, romano. Lo abbiamo intervistato nel suo studio a Ostia

Curiosità, tenacia, desiderio di superare i propri limiti e last but not least talento. Sono queste le qualità che hanno sostenuto Mr. Klevra lungo il suo percorso professionale e artistico. Un percorso in cui le difficoltà sono sempre state occasioni di crescita.

Iniziamo dal nome: perché hai scelto Mr. Klevra?

"Mi sono ispirato ad un personaggio che mi ha molto colpito: Slevin Kelevra, il protagonista della pellicola Slevin - Patto criminale. Come si scopre nel film, Kelevra in ebraico significa cane rabbioso".

Quando e come nasce la tua passione per l'arte?

"Da quando ho memoria ho la matita in mano. A quattro anni ho iniziato a ricalcare su un foglio di carta i dinosauri che avevo trovato in un libro del Museo di Storia Naturale di Chicago. Ero curiosissimo, sperimentavo: prima la matita, poi la penna e il pennarello. Non mi sono più fermato".

Quali sono gli artisti che ti hanno ispirato?

"All’inizio sono stati H.R. Giger, il designer di Alien, e Ivan Albright che è l’autore del ritratto di Dorian Gray nel film omonimo del 1945. Da loro ho preso la cura maniacale del dettaglio perché da ragazzo facevo miniature, dipingevo modellini. Con la maturità ho semplificato il mio modo di dipingere e intorno ai trent'anni ho scoperto Edward Hopper: linee perfette, giochi di luce magnifici".

Quali sono i soggetti che rappresenti più spesso e perché?

"Prevalentemente dipingo immagini sacre: in particolare i volti di Maria. Ho scelto l’iconografia bizantina per due ragioni: la prima è che sono credente, la seconda è un po’ più complessa. Roma è sempre stata piena zeppa di immagini sacre, piena di edicole che col tempo sono finite nel dimenticatoio. L'iconografia bizantina nasce per le persone che non sapevano né leggere né scrivere ed è in grado di condensare in un'immagine un intero passaggio della Bibbia".

 

Che c'entra l'iconografia bizantina con la street art?

"Perché non sfruttare questo linguaggio che nessuno usa più per parlare alle persone fuori dalle chiese, in strada? Voglio spingere le persone a fermarsi, a interrogarsi. Se si fermano, ho già vinto. Per me sarebbe facilissimo finire sui giornali attaccando una Madonna tutta tatuata sulle colonne di San Pietro ma non mi interessa stupire: sono più contento se mi scrive il ragazzetto che si è commosso guardando una delle mie opere".

Quali tecniche preferisci utilizzare?

"Per la street art libera, quella illegale per capirci, realizzo poster perché posso lavorarci tranquillamente in studio e attaccarli nel giro di qualche minuto sui muri.
Quando invece lavoro su commissione e ho più tempo, utilizzo il pennello e l’aerografo direttamente sul muro".

Capita che ciò che fai si intrecci con la musica o le altre arti?

"A me piace lavorare contemporaneamente su tante cose. Per questo nel mio studio tengo il treppiede con la tela vicino alla postazione dove lavoro sugli anelli e a quella dove modello magari una statua di Alien. Così mentre i colori si asciugano sulla tela, cesello un pochino l’anello e poi mi sposto sulla statua per lavorarla con l’aerografo".

Quali sono gli incontri o i momenti che hanno determinato una svolta nel tuo percorso artistico?

"Se sono diventato uno street artist, la colpa è di Omino 71 (che è un altro street artist romano, ndr). L'ho incontrato a una mostra qui a Ostia e mi è stato subito antipatico; neanche le cose che faceva mi piacevano. Poi ci siamo conosciuti un po’ e mi ha chiesto: perché non fai un poster per un evento di street art in Spagna? Gli ho risposto: perché dovrei fare un'opera che va per strada e si rovina? È una perdita di tempo e di materiali. Vabbè dai te la faccio. Da quel giorno non ho più smesso".

Quali sono le difficoltà che hai dovuto superare?

"Direi due in particolare: il daltonismo e le vertigini.
Come faccio a dipingere se non distinguo i colori? Un po’ mi arrangio scrivendo il nome dei colori sui barattoli di vernice e un po’ mi faccio aiutare da chi mi sta vicino. Certo ogni tanto qualche abbaglio lo prendo, come quando ho usato il verde al posto dell’azzurro nel dipingere il mantello di una Madonna e ho passato una notte intera a correggere l’errore" (sorride).

E le vertigini?

"Con le vertigini ho dovuto fare i conti in particolare quando ho realizzato a Tor Marancia un murales alto quasi 15 metri (intitolato Nostra Signora di Shangai, ndr). Si tratta di una Madonna con Bambino. Ho lavorato per quattro giorni su un cestello a 10 metri di altezza ed ero così agitato che anche la notte rimanevo sveglio. Mi chiedevo continuamente: riuscirò a completare quest’opera? Ce l’ho fatta grazie alla musica. Quando lavoro sospeso in aria metto le cuffie e ascolto la musica a volume altissimo per non pensare a dove mi trovo".

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Nostra Signora di Shangai - Mr. Klevra, 2015. Roma

A quale delle tue opere sei più affezionato?

"Sono due: il ritratto di Muhammad Ali e la mia prima icona bizantina della tenerezza che ho fatto a vent'anni dopo un incidente d’auto. Non me ne separerò mai".

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Ali Bumaye - Mr. Klevra, 2011. Roma

Cosa apprezzi di più del mondo della street art e cosa detesti?

"Ciò che mi piace è la libertà che ha l’artista di esprimersi anche se bisogna sempre rispettare il contesto in cui l’opera viene collocata.
Ciò che detesto è che in Italia è molto difficile vivere solo d’arte: la ragione è che le opere degli street artist sono sottovalutate. Mi accorgo della differenza quando vado all'estero e vengo trattato da artista. Qui sono quello che dipinge per hobby".

Come fai a conciliare l'aspirazione a creare qualcosa che ti sopravviva con la scelta del muro come tela?

"Trovami una cosa che duri per sempre, non dico sulla terra, ma nell'universo. Io sono dell'idea che l'opera d'arte deve avere un inizio e una fine e quindi del pittore, se ragioniamo su tempi che non siano geologici, qualcosa resta sempre".

"I pezzi che faccio sui muri sono come figli grandi: li devi lasciare andare, non sono più roba tua".

Che importanza ha per te il contesto urbano e sociale nel quale collochi le tue opere?

"Ha un’importanza fondamentale. Non puoi creare un’opera che fa a cazzotti con quello che c’è intorno.
Se entri in punta di piedi in un contesto, spesso le tue opere vengono rispettate. Una volta a Santa Maria in Trastevere avevo dipinto una Madonna. Sono intervenuti quelli che ripuliscono i muri ma, invece di cancellarla, hanno dipinto un bordo rosso tutto intorno e sotto ci hanno messo pure due piante di alloro. L’ho trovato un bel gesto".

 

L'utilizzo della street art per la riqualificazione urbana può indebolirne la vitalità e la carica trasgressiva?

"Assolutamente no. Secondo me è necessaria tanto la street art libera quanto quella in cui c’è un committente che ti paga per riqualificare il tessuto urbano.
È dalla street art libera che attingo l’energia e la creatività che utilizzo nelle opere su commissione ed è alla street art libera che sento sempre il bisogno di tornare".