Residui agricoli, sottoprodotti industriali e materiali organici di filiera rappresentano una risorsa ancora sottoutilizzata. Secondo una stima dell’Università Cattolica, circa il 70% resta fuori da percorsi di valorizzazione ad alto valore aggiunto
Ogni raccolto, ogni vendemmia, ogni trasformazione alimentare lascia dietro di sé una grande quantità di residui. Paglia, potature, vinacce, bucce, sanse, siero di latte, trebbie e molti altri sottoprodotti fanno parte del normale ciclo produttivo dell’agricoltura e dell’industria alimentare. Questi materiali organici residuali rappresentano una risorsa preziosa per la transizione ecologica, eppure una quota consistente del loro potenziale resta ancora inutilizzata.
Il punto di partenza è distinguere gli scarti agroalimentari dal food waste. Il secondo riguarda le perdite e gli sprechi di cibo lungo la filiera e nella fase di consumo, un fenomeno monitorato dalla Commissione europea e illustrato dai dati Eurostat sullo spreco alimentare. Gli scarti agroalimentari comprendono invece l’insieme dei residui e dei sottoprodotti generati dalle attività agricole, zootecniche e industriali.
Nel primo caso si tratterebbe di ridurre la quantità di cibo dispersa o gettata. Nel secondo, la sfida riguarda la capacità di trasformare materiali inevitabilmente prodotti lungo la filiera in nuove risorse: energia rinnovabile, fertilizzanti, biochar, bioprodotti, ingredienti per mangimi, molecole per la chimica verde e nuovi materiali.
Un patrimonio che vale milioni di tonnellate ogni anno
L’Italia è uno dei grandi Paesi agroalimentari europei e genera ogni anno milioni di tonnellate di residui e sottoprodotti. La quantificazione complessiva del fenomeno resta complessa, perché le matrici coinvolte sono diverse tra loro e vengono rilevate attraverso metodologie non sempre omogenee.
Secondo una stima illustrata da Lucrezia Lamastra, professoressa associata del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari per una filiera agroalimentare sostenibile dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e riportata dai media, circa il 70% degli scarti agroalimentari prodotti in Italia resta fuori da percorsi di valorizzazione ad alto valore aggiunto. La stessa stima indica, inoltre, che più di 130mila tonnellate all’anno potrebbero essere recuperate e trasformate in energia, biochar o altri prodotti utili alla bioeconomia.
Questa argomentazione trova riscontro anche negli indicatori ISPRA dedicati ai sottoprodotti del settore agroindustriale, che analizzano le tipologie e le quantità di materiali derivanti dall’agroindustria utilizzati come sottoprodotti secondo i criteri del Testo Unico Ambientale.
Perché tanti residui restano sottoutilizzati
Tra i principali ostacoli sul cammino della valorizzazione degli scarti agroalimentari c’è il fatto che i residui sono spesso distribuiti su territori molto ampi, hanno caratteristiche chimico-fisiche differenti, richiedono sistemi di raccolta e trattamento specifici e presentano una forte stagionalità. In molti casi, il costo logistico per raccogliere, trasportare e stabilizzare questi materiali può ridurre la convenienza economica del recupero.
A pesare è anche la frammentazione delle filiere. Agricoltura, industria alimentare, energia, chimica verde e gestione ambientale devono dialogare in modo sempre più integrato. Senza impianti adeguati, contratti di filiera e modelli organizzativi stabili, molti residui finiscono in utilizzi a basso valore oppure restano fuori dai circuiti più avanzati dell’economia circolare.
La letteratura scientifica più recente conferma questa prospettiva. Lo studio Agro-food waste conversion into valuable products in the Italian scenario, pubblicato sul Journal of Environmental Chemical Engineering, analizza le principali tecnologie disponibili in Italia per trasformare gli scarti agroalimentari in prodotti a maggiore valore economico e ambientale.
Dall’energia ai nuovi materiali: il valore della trasformazione
Le applicazioni possibili sono numerose. Una delle più note è la produzione di biogas e biometano, che consente di trasformare residui agricoli, reflui zootecnici e sottoprodotti organici in energia rinnovabile. Accanto a questa filiera cresce l’interesse per il biochar, un materiale ricco di carbonio ottenuto attraverso processi termici, utile per migliorare la fertilità dei suoli e trattenere carbonio nel terreno.
ENEA sta lavorando proprio su questo fronte con un progetto dedicato alla produzione di biochar dagli scarti della vite. L’obiettivo è utilizzare le potature e altri residui della viticoltura per ottenere un prodotto capace di sostenere pratiche agricole più sostenibili e, al tempo stesso, generare gas di sintesi utilizzabili a fini energetici.
Il potenziale va oltre l’energia. Bucce, vinacce, sanse, trebbie e altri sottoprodotti possono diventare fonti di composti per la chimica verde, ingredienti per mangimi, biofertilizzanti, bioplastiche, biolubrificanti e materiali innovativi. La differenza la fa la capacità di collocare ogni residuo nel percorso di recupero più adatto, privilegiando gli usi che generano maggiore valore ambientale ed economico.
La bioeconomia circolare come leva per la transizione ecologica
La valorizzazione degli scarti agroalimentari rientra pienamente nella Strategia europea per la bioeconomia, che punta a costruire un’economia più pulita, competitiva e resiliente attraverso l’uso sostenibile delle risorse biologiche rinnovabili. Secondo questo approccio, i residui delle filiere agricole e alimentari diventano materie prime seconde capaci di ridurre la dipendenza da risorse fossili e da input vergini.
Il tema ha anche una dimensione economica rilevante. Secondo l’11° Rapporto sulla Bioeconomia in Europa di Intesa Sanpaolo, realizzato con Cluster SPRING e SRM, nel 2024 la bioeconomia europea ha raggiunto un valore della produzione superiore a 3.000 miliardi di euro e occupa oltre 17 milioni di addetti.
