La massiccia quantità di capi d'abbigliamento prodotti con materiali di scarsa qualità complica il recupero e il riutilizzo delle fibre
Il fenomeno del fast fashion sta avendo un impatto negativo sul sistema della beneficenza e del riciclo tessile in Italia. I cassonetti della raccolta differenziata per i tessili, i cosiddetti “contenitori gialli”, sono pieni di capi d’abbigliamento di bassa qualità che diventano rapidamente rifiuti non riutilizzabili. Questa situazione ha costretto alcune cooperative a interrompere la raccolta, poiché i costi di smaltimento superano i benefici derivanti dalla selezione dei materiali.
Sorge dunque la domanda: come avviene il riciclo tessile nel nostro Paese? Qual è il destino degli abiti che gettiamo nei cassonetti gialli e quali indumenti sono effettivamente idonei a tale conferimento?
Il viaggio dei vestiti dopo il cassonetto
Da gennaio 2022, la raccolta differenziata dei rifiuti tessili è diventata un obbligo su tutto il territorio nazionale. Sebbene la norma sia univoca, l’applicazione pratica disegna una mappa eterogenea: se a Roma ci sono ora i cassonetti amaranto della municipalizzata Ama, in gran parte d’Italia ci sono ancora i classici contenitori gialli gestiti da realtà del terzo settore o cooperative legate alla Caritas. Anche le regole di conferimento variano: mentre alcuni comuni accettano solo capi in buono stato, altri aprono al riciclo industriale di tessuti logori, purché chiusi in buste sigillate.
Il destino di un semplice calzino bucato dipende quindi dalla nostra scelta: se gettato nell’indifferenziata finirà in discarica, ma se conferito correttamente – nei contenitori stradali o presso le isole ecologiche – entrerà in un circuito di recupero. Una volta svuotati i cassonetti, gli indumenti arrivano in centri dove i materiali vengono igienizzati e selezionati. Qui avviene la fase di recupero: i capi migliori tornano sul mercato del riuso, mentre le fibre deteriorate vengono trasformate in nuovi filati, stracci o materiali isolanti, riducendo l’impatto ambientale del settore moda.
La crisi del sistema di raccolta degli abiti usati
Il fast fashion complica la gestione dei capi usati proprio nel momento cruciale della separazione tra destinazione al riuso o al riciclo.
I cassonetti della raccolta differenziata per i tessili sono ora spesso pieni di vestiti di bassissima qualità. A causa delle fibre scadenti utilizzate, i capi fast fashion, spesso difficili da riciclare per fibre sintetiche e miste, complicano la selezione e aumentano la quota destinata al recupero energetico.
L'impatto del consumo compulsivo
Il ritmo insostenibile con cui gli italiani si disfano dei vestiti sta mettendo in crisi la filiera dell’usato. Secondo dati Ipsos, due italiani su tre hanno eliminato una media di 7,6 capi d’abbigliamento nell’ultimo anno. Questa accelerazione nel ricambio, in parte dovuta agli acquisti online e ai prezzi contenuti, ha portato alcune organizzazioni, come la Caritas di Bolzano-Bressanone e Cremonese, e altre cooperative, a sospendere la raccolta perché i costi di smaltimento superano i ricavi.
Consigli per un consumo di moda più sostenibile
Allora cosa possiamo fare noi per alleggerire questo fenomeno?
La prima cosa da fare è informarsi sulle disposizioni del proprio comune in termini di gestione di rifiuti tessili: non tutto ciò che è tessile va nel cassonetto giallo. Fondamentale è poi cercare di adottare la “regola delle 30 volte” – ma anche 100 volte – chiedendosi prima dell’acquisto se indosseremo davvero quel capo a lungo. Prediligere fibre naturali o riciclate e, prima di differenziare, esplorare la via del dono diretto a circuiti di charity o lo scambio tra privati (swap), garantendo ai vestiti una seconda vita reale, lontano dalla discarica.
