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20 anni di Google: l’ossimoro che ha cambiato le nostre vite

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Nel 1998 Sergey Brin e Larry Page mettono a punto l’idea del motore di ricerca. Oggi uno dei prodotti più sofisticati del pianeta ci accompagna con radicale semplicità. Ovunque

Sono passati vent’anni dal giorno in cui due studenti dell’università di Stanford, in California, decisero che avrebbero scaricato Internet, nella sua interezza, dentro i computer ospitati nella stanza dormitorio di uno dei due. Quei due ragazzi erano Sergey Brin e Larry Page e stavano tenendo a battesimo uno degli “oggetti” che avrebbe cambiato il mondo, e il modo in cui ci rapportiamo alle cose e alla conoscenza.

All’epoca erano solo due ricercatori che avevano messo a punto una tesi di dottorato in cui l’embrione del motore di ricerca, con le sue funzioni e il meccanismo di indicizzazione e gerarchizzazione dei contenuti, sembrava già definito: The anatomy of a large-scale hypertextual web search engine, questo il titolo. Alla fine di quel documento di una ventina di pagine, pieno di grafici e tabelle - che visto con gli occhi di oggi appartiene alla preistoria del web - compaiono i protagonisti in due fototessere: quella di Brin in bianco e nero, quella di Page, che indossa una camicia a scacchi, a colori.

Nelle due brevi biografie che accompagnano le foto sono già elencati i temi e gli interessi di ricerca che diventeranno poi le fondamenta e gli ambiti di applicazione di Google, e dunque i segmenti di business di una delle più grandi aziende del pianeta. Estrazione delle informazioni da fonti non strutturate, data mining (estrazione di dati), raccolta di testi e dati su larga scala, struttura dei web basata sui link, interazione uomo-computer e altre ancora che mettono nero su bianco la lungimiranza dei due.

 

L’OSSESSIONE DELLA SEMPLICITÀ

Proprio nei giorni scorsi da Mountain View, sede del motore di ricerca, sono state annunciate nuove funzioni e nuovi layout, nel rispetto di una scansione del tempo che potremmo declinare come instancabile proposta al pubblico di continue innovazioni di prodotto. Può dunque essere utile mettere l’accento su un dato che parrebbe invece immutabile nella filosofia aziendale di Google: la sua semplicità.

Semplicità che si dispiega in molti sinonimi, con la consapevolezza che ogni sinonimo arricchisce e non limita la descrizione. Quindi semplicità come chiarezza, come praticità e facilità d’utilizzo, come accessibilità e infine come precisione. Ciascuno di questi sostantivi descrive le caratteristiche di base di Google. Un sito che ha sbaragliato la concorrenza per due ragioni su tutte: è stato, da sempre, il miglior motore di ricerca su piazza se guardiamo ai risultati che propone al pubblico. Ed è stato, da sempre, facile da utilizzare.

 

DRUIDI DEL WEB

Giova riflettere sul fatto che l’accoppiata vincente è una specie di ossimoro pulsante sia nella missione di Google (“organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e utili”) che nella sua home page. Dietro al candore di una pagina bianca con un logo colorato, dietro alla immediata intuitività di utilizzo di una stringa di ricerca, si nasconde una delle formule matematiche più segrete, complicate e redditizie della storia dell’umanità.

Google funziona perché funziona il suo algoritmo, la formula segreta appunto, e perché questa formula è invece rappresentata - comunicata, possiamo dire - attraverso un’interfaccia-utente di una brutale semplicità. Molte sono le chiavi del successo del motore di ricerca nel corso di questi vent’anni, di sicuro l’accessibilità estrema rientra tra quelle più determinanti.

Nel lontano 2008 Marissa Meyer, prima donna ingegnere assunta a Google di cui è stata a lungo dirigente, spiegò che cosa accade quando un utente digita una chiave di ricerca nella home page di Google: «Quella richiesta fa accendere tra i 700 e i 1000 computer diversi in vari enormi data center sparsi per gli Stati Uniti. In soli 0,16 secondi quei computer generano 5 milioni di risultati scansionando gli indici e la cronologia delle ricerche precedenti» (La grande G: come Google domina il mondo, Siva Vaidhyanathan, Rizzoli).

Si tratta di dati riferiti a 10 anni fa, e capite bene che oggi potrebbero essere tranquillamente raddoppiati perché si è moltiplicato il numero di utenti della rete e di Google. Nel 2008 erano meno di 800 miliardi di ricerche l’anno, oggi siamo arrivati alla iperbolica cifra di 1.2 trilioni (miliardi di miliardi) di ricerca in un anno. Cifra si avvicina sempre di più all’origine del nome di Google che deriverebbe da googol ovvero 1 seguito da 100 zeri.

 

IL VALORE DELLA SOTTRAZIONE

In questi anni sono aumentati vorticosamente gli utenti, e Google si è trasformato, proprio per la sua facilità di utilizzo, intanto in sinonimo di motore di ricerca per buona parte del pianeta, e poi in una specie di protesi e di apparato di outsourcing cognitivo cui ricorrere più volte nel corso della giornata.

Ci rivolgiamo a Google per ogni questione che abbia a che fare con la conoscenza, la memoria e la ricerca di informazioni. L’internet in mobilità ha radicalizzato il processo e oggi tutti noi utilizziamo il motore di ricerca per lo più attraverso lo smartphone. Ma sebbene siano aumentati gli utenti, nonostante sia cambiato il modo in cui ci rivolgiamo al motore di ricerca, sebbene Google faccia parte di un’azienda più grande che si chiama Alphabet, sebbene infine siano trascorsi vent’anni che corrispondono a un’era geologica nell’universo digitale, non è mutato l’atteggiamento con cui Google ci risponde.

Il motore di ricerca ha esaudito in tutto questo tempo una specie di auspicio di Sergey Brin, riportato da Pedro Domingos nel volume L’algoritmo definitivo: «Vogliamo che Google diventi la terza metà del vostro cervello». Che l’auspicio si sia trasformato in un dato di fatto è sotto gli occhi di tutti. Ma il risultato di questa trasformazione in solo vent’anni anni risiede anche nella clamorosa facilità d’utilizzo di uno strumento che nasconde - al contrario - un livello di sofisticazione ingegneristica e informatica mostruoso. Tanto che rimane ancora valida un’altra frase di Marissa Mayer: «È una tecnologia estremamente complessa, nascosta dietro un’interfaccia molto semplice, riteniamo che sia il modo migliore di agire. Ai nostri utenti non serve capire quant’è complicata la tecnologia, né il lavoro di sviluppo che si svolge dietro le quinte. Quello che devono capire è che basta digitare ciò che vogliono nella casella e avranno risposte» (Siva Vaidhyanathan, op. cit.).

Potremmo definire tutto questo l’attitudine metafisica di Google alla semplificazione. Non esiste al mondo un’organizzazione in cui la linea tracciata tra l’estremamente complesso e l’estremamente semplice sia così retta. Laddove semplificazione è quel concetto che nella Silicon Valley si declina come “facilità d’utilizzo per tutti, per l’intero pianeta”, e che David Kirkpatrick nella biografia di Mark Zuckerberg definisce come «l’idea di poter cambiare la storia del mondo».

Oggi questo processo è diventato un modello per molte aziende. E chi tradisce la facilità di utilizzo, soprattutto la semplicità radicale nel design digitale, si vota al fallimento. Capita in poche occasioni che una frase citata spesso a sproposito calzi invece a pennello alla storia di Google di questi vent’anni. È il caso della frase “Less is more”, attribuita a Ludwig Mies van der Rohe architetto tedesco del secolo scorso, “il meno è il più”, la sottrazione e la semplificazione attribuiscono valore alle cose.