Il concetto di “sponge city” – letteralmente “città spugna” – è una delle idee più affascinanti emerse negli ultimi anni nel campo dell’adattamento urbano al cambiamento climatico. A svilupparlo è stato l’architetto paesaggista cinese Kongjian Yu, che ha immaginato città capaci non più di respingere l’acqua, ma di accoglierla, trattenerla e riutilizzarla.
In un’epoca in cui gli eventi meteorologici estremi sono sempre più frequenti e intensi, questo approccio sta guadagnando attenzione in tutto il mondo. Le sponge cities non sono solo un’idea teorica: stanno diventando una risposta concreta e necessaria per rendere le città più resilienti e vivibili.
Perché le città devono cambiare approccio
Il cambiamento climatico sta trasformando il modo in cui piove: precipitazioni più intense, concentrate in tempi brevi, alternano periodi di siccità. Non è un caso che, secondo le Nazioni Unite, fino al 40% dei disastri legati al meteo sia dovuto alle inondazioni.
Un episodio simbolo di questa nuova realtà è quello di Copenaghen. Il 2 luglio 2011, una tempesta eccezionale riversò sulla città una quantità enorme di pioggia in appena due ore, causando danni per circa 2 miliardi di dollari. Quell’evento rappresentò uno spartiacque: da quel momento, Copenaghen ha ripensato completamente il proprio rapporto con l’acqua.
Oggi è considerata uno dei modelli più avanzati di sponge city, dimostrando come la resilienza climatica passi anche – e soprattutto – dalla progettazione urbana.
Un’idea semplice ispirata alla natura
L’intuizione alla base delle sponge cities nasce dall’osservazione dei processi naturali. Cresciuto nella Cina rurale, Kongjian Yu ha imparato a riconoscere il ruolo fondamentale della vegetazione, dei suoli e dei corsi d’acqua nel rallentare e assorbire le piogge.
Da qui un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: imitare la natura per gestire l’acqua nelle città.
In una sponge city, l’acqua piovana non viene più vista come un problema da eliminare il più velocemente possibile, ma come una risorsa da gestire. Viene assorbita dal terreno, trattenuta temporaneamente e poi rilasciata lentamente nei sistemi idrici. Questo permette non solo di ridurre il rischio di allagamenti, ma anche di contrastare la siccità e mitigare l’effetto “isola di calore” tipico delle aree urbane.
Tutto ciò si traduce in soluzioni concrete: parchi progettati per allagarsi durante forti piogge, superfici permeabili al posto dell’asfalto, tetti verdi, giardini pluviali, laghetti e zone umide integrate nel tessuto urbano.
Non tutte le città partono dallo stesso punto
La capacità di una città di comportarsi come una “spugna” dipende da diversi fattori: la quantità di spazi verdi e blu, il tipo di suolo, la presenza di vegetazione e persino la profondità della falda acquifera.
Alcune città sono naturalmente più avvantaggiate. È il caso di Auckland, dove la presenza diffusa di parchi, giardini e aree naturali – che coprono circa metà del territorio – consente all’acqua di infiltrarsi e defluire in modo efficace.
Anche Nairobi dispone di ampi spazi verdi, ma la predominanza di suoli argillosi rende il drenaggio meno efficiente, aumentando il deflusso superficiale.
All’estremo opposto troviamo Sydney, dove la forte urbanizzazione e la presenza di superfici impermeabili riducono drasticamente la capacità di assorbimento dell’acqua, aumentando il rischio di allagamenti.
Copenaghen: da crisi a laboratorio di innovazione
La trasformazione di Copenaghen è un esempio emblematico di come una città possa reinventarsi. Dopo l’alluvione del 2011, è stato lanciato il Cloudburst Management Plan, un piano ambizioso che combina infrastrutture verdi e grigie in modo integrato.
Da un lato, parchi e spazi pubblici sono stati progettati per accumulare temporaneamente l’acqua durante le piogge intense; dall’altro, sono stati costruiti tunnel sotterranei per convogliare e immagazzinare i flussi in eccesso. Anche piazze e strade sono state ripensate con materiali permeabili, trasformandosi in elementi attivi del sistema di drenaggio urbano.
Questo approccio ibrido ha reso la città un punto di riferimento globale per l’adattamento climatico.
Un modello che si diffonde nel mondo
L’idea delle sponge cities non è più confinata a pochi esempi isolati. Sempre più città stanno adottando strategie simili, adattandole al proprio contesto.
A Bangkok, ad esempio, grandi parchi urbani come il Benjakitti Forest Park sono progettati per trattenere l’acqua durante le piogge monsoniche. A Sanya si punta sul ripristino delle zone umide, mentre città come Berlin e Jakarta stanno integrando la gestione delle acque nelle loro politiche urbanistiche.
Anche in Europa emergono soluzioni interessanti: a Cardiff, per esempio, sono stati introdotti i rain gardens, piccoli spazi verdi capaci di assorbire e filtrare l’acqua piovana prima che raggiunga le reti fognarie.
Rallentare l’acqua invece di combatterla
Il principio alla base delle sponge cities è tanto intuitivo quanto efficace: non cercare di espellere rapidamente l’acqua, ma rallentarla, distribuirla e integrarla nel ciclo urbano.
Questo approccio permette di ridurre i picchi di deflusso, alleggerire i sistemi fognari e diminuire il rischio di alluvioni. Inoltre, le soluzioni basate sulla natura si rivelano spesso più convenienti: studi di settore indicano che possono essere fino al 50% più economiche rispetto alle infrastrutture tradizionali, offrendo allo stesso tempo maggiori benefici ambientali e sociali.
Il futuro delle città è “poroso”
Oggi circa 4,4 miliardi di persone vivono nelle città, e questo numero è destinato a crescere. La pressione sugli spazi urbani rischia però di ridurre proprio quegli elementi – verde, suolo permeabile, acqua – che rendono una città resiliente.
Integrare la “spugnosità” nella pianificazione urbana non è più una scelta opzionale, ma una necessità. Come sottolinea il report Delivering Climate-Resilient Cities del World Economic Forum, investire in infrastrutture resilienti è fondamentale per proteggere cittadini, economie e territori.
In fondo, la sfida è tutta qui: progettare città capaci non solo di resistere al cambiamento climatico, ma di adattarsi ad esso in modo intelligente. E forse, per farlo, dobbiamo semplicemente imparare a comportarci un po’ più come una spugna.
