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PNAT, le piante diventano protagoniste della città

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Un think tank per coniugare design e scienze vegetali con l’obiettivo di mitigare l’impatto dei centri urbani sull’ambiente. Nasce così la “fabbrica dell’aria”, una serra da interni che abbellisce l’ambiente e depura l’aria grazie al suo “filtro botanico”

“PNAT è nata nel 2014, dall’unione di due gruppi diversi. Antonio Girardi e io siamo i due architetti tra i soci fondatori. Avevamo già un’attività, StudioMobile, ed eravamo molto attivi nel campo delle installazioni e della ricerca. Siamo stati invitati alla biennale, come esempio di valorizzazione del mondo naturale rispetto all’ambiente costruito. Questo nostro impegno ci ha portato anche a sbarcare al Floracult di Roma, evento organizzato da Ilaria Venturini Fendi: tre giorni dedicati alla florovivaistica, arricchito da una serie di percorsi culturali e workshop. Alla manifestazione del 2013 siamo venuti in contatto con il professor Stefano Mancuso, fondatore e direttore del laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale oltre che professore di arboricoltura generale e fisiologia vegetale presso l’università di Firenze, il Linv. Noi abbiamo seguito il suo keynote speech, lui ha visitato la nostra installazione, e ne è nata un’amicizia che poi si è trasformata nel progetto comune di PNAT”. A parlarne è Cristiana Favretto, architetto e co-founder del think tank che ha come mission quella di “trasferire le conoscenze sul comportamento delle piante elaborando soluzioni tecnologiche innovative ispirate al modello vegetale in progetti dalla piccola fino alla grande scala”.

Cristiana, qual è stato il primo progetto su cui è nata PNAT?

A Floracult quell’anno avevamo presentato dei piccoli orti galleggianti a forma di medusa realizzati con materiali di riciclo. Questi elementi erano in grado di filtrare l’acqua salata su cui galleggiavano, generando acqua dolce per irrigare le piante. È stato il progetto da cui è partita PNAT e dalla quale abbiamo sviluppato Jellyfish Barge, una serra galleggiante per le coltivazioni, in grado di produrre cibo, acqua ed energia in ambiente urbano, offrendo al tempo stesso uno spazio dove incontrarsi, vendere i prodotti della serra, condividere esperienze stimolanti. Il team dei fondatori, oltre a noi due e al professor Mancuso, è composto anche dalle botaniche e agronome Camilla Pandolfi ed Elisa Azzarello.

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Jellyfish Barge di PNAT, Darsena di Milano, 2015 (ph. M.De Mayda)

Qual è il valore aggiunto che deriva dalla collaborazione di un team composto da architetti e scienziati vegetali?

Questo metodo di lavoro dà una ricchezza unica: mi piacerebbe diventasse uno standard anche al di fuori di PNAT. Personalmente credo molto nella multidisciplinarietà, ci permette di dare uno sbocco concreto a ricerche che altrimenti rischierebbero di rimanere confinate nei laboratori, con percorsi particolarmente lunghi prima di trovare applicazione nella quotidianità. A dimostrarlo c’è uno dei progetti su cui siamo più impegnati in questo periodo, la “Fabbrica dell’aria”: si tratta di serre in grado di depurare l’aria, che funzionano come un grande “filtro botanico”. Un progetto nato dalla sperimentazione, che siamo però riusciti a trasformare in esempi concreti, integrando la parte di ricerca con quella più operativa, grazie al contributo della creatività e delle tecnologia.

La Fabbrica dell’aria è sostanzialmente una serra da interni che utilizza un sistema di filtrazione botanica brevettato proprio da PNAT, “Stomata”, e che quindi utilizza le piante per depurare l’aria trattenendo e degradando le molecole inquinanti, organiche e inorganiche. Un filtro vegetale più efficiente e più duraturo di quelli meccanici, che ha il valore aggiunto di portare le piante negli spazi chiusi, unendo l’aspetto decorativo a quello di purificazione dell’ambiente. 

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La Fabbrica dell'Aria di PNAT dentro Manifattura Tabacchi, 2019 (ph. Vonci)

Cosa è cambiato sul mercato dalla vostra nascita pochi anni fa? Notate una sensibilità accresciuta verso i temi della sostenibilità?

La crescita di attenzione è esponenziale. Ormai la sostenibilità è diventata un’urgenza, non è più un accessorio, un “nice to have”: si tratta di temi verso i quali i privati e le istituzioni sono alla ricerca di risposte rapide ed efficienti. La conseguenza è che il mercato sta rispondendo bene: eravamo partiti da un piccolo gruppo, e ora PNAT coinvolge 11 persone. E le richieste ci arrivano da ogni genere di committenti, dai privati che iniziano a sentire la responsabilità di essere attenti alla sostenibilità delle proprie scelte alle amministrazioni pubbliche. Questo anche grazie al fatto che l’Unione Europea ha ormai da qualche anno messo l’ambiente e la sostenibilità ambientale al centro dei propri programmi, e che quindi su questo comparto siano disponibili finanziamenti comunitari per gli enti locali. Certo la situazione è variegata: alcune amministrazioni sono più pronte, altre hanno bisogno di più tempo per passare all’azione, ma la tendenza a questo punto mi pare abbastanza consolidata. 

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La Fabbrica dell'Aria di PNAT dentro Manifattura Tabacchi, 2019 (ph. Savi)

Siete nati come spin-off dell’Università di Firenze. Quanto conta nel vostro lavoro quotidiano il legame con il mondo della ricerca? 

È centrale. Abbiamo un filo diretto con il Linv, di cui una sintesi indicativa è proprio la Fabbrica dell’aria, un progetto che racchiude bene i principi dei nostri lavori: siamo riusciti a svilupparla grazie a una lunga serie di prove scientifiche e di laboratorio senza le quali sarebbe stato impossibile arrivare al risultato che abbiamo ottenuto, cioè di misurare gli inquinanti in entrata e in uscita dalla serra. Si tratta di una skill che non può essere posseduta da chi non può contare sull’attività di un laboratorio specializzato. 

Guardiamo al futuro. Su cosa siete più impegnati in questo momento in termini di ricerca e sviluppo?

Uno dei progetti a cui teniamo di più è quello di Urban Jungle, perché lo abbiamo declinato in tantissimi aspetti. Il principio è quello di trasformazione delle città in giungle urbane per mitigarne l’effetto critico sull’ambiente. Ci stiamo lavorando tantissimo, per un concept che raccoglie un ventaglio molto ampio di soluzioni, con centinaia di variabili e di applicazioni a seconda dei contesti. A Prato, ad esempio, stiamo lavorando su due siti diversi: il mercato coperto, dove stiamo realizzando in un edificio dismesso un ristorante che è un’enorme Fabbrica dell’aria, una grande serra al servizio di tutta la struttura, in uno spazio architettonico di qualità. 

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Uno degli interventi di PNAT per Prato Urban Jungle, 2020, ©PNAT

L’altro è una serra ad alto rendimento vicino a una zona di edilizia residenziale pubblica, dove l’idea è quella di innescare un processo di economia circolare coinvolgendo anche le cooperative locali e creando una connessione con le attività del mercato coperto.