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“Parole O_Stili, con le aziende per educare alla consapevolezza”

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A colloquio con Rosy Russo, ideatrice di Parole O_Stili, che adesso ha una versione del proprio Manifesto dedicata alle imprese

È nato tutto con una mail: una mail a 70 persone. Un messaggio nella bottiglia con una richiesta semplice quanto urgente: “Fare qualcosa, una proposta. Qualcosa che fermi la deriva che ha preso il mondo della comunicazione digitale, e con esso le relazioni tra le persone”. I 70 erano “giornalisti, blogger, formatori, professionisti del mondo della comunicazione”. Fu sorprendente - d’altronde era agosto, e ad agosto quasi ci si aspetta che tutto sonnecchi - ma “tutti mandarono una risposta”.

 

Il Manifesto della comunicazione non ostile nasceva così, con un elenco di principi: prima 3, poi 9, poi 23, infine i 10 che molti oggi conoscono, cui hanno lavorato nel tempo in tanti. D’altronde, la rete stessa è il luogo della collaborazione e il Manifesto nasce come un “progetto collaborativo”, così spiega Rosy Russo, professionista e imprenditrice della comunicazione ma soprattutto animatrice del progetto Parole O_Stili da cui è nato il Manifesto.

 

Un progetto di “sensibilizzazione ed educazione contro l’ostilità delle parole, online e offline” che si rivolge a tutti i “cittadini consapevoli del fatto che «virtuale è reale»” e che l’ostilità espressa nel web può “avere conseguenze concrete e permanenti nella vita delle persone”. Un progetto destinato a entrare nelle scuole, nelle università, nelle associazioni e nelle istituzioni, da ultimo nelle aziende, per promuovere pratiche virtuose di comunicazione in rete.

 

Insomma, un’iniziativa che innalza il valore della parola. Un valore che nel presente sembra essere diluito e inflazionato. Ecco perché un manifesto che non conta 10 regole, ma 10 principi. Principio che appunto è parola nobile, ed è parola dalla quale è possibile estrarre un succo denso, significato profondo, è parola che guarda all’origine e intorno alla quale è consentito costruire un contesto.

 

Intervistare Rosy Russo è intervistare una persona colma di una passione intelligente per un’iniziativa che ha scosso l’universo dei social network in Italia, basta osservare la carta d’Italia con decine di nomi dei corrispondenti e amici dell’Associazione, appiccicati con un post-it in ogni regione. Nomi noti della comunicazione, docenti, esperti ma anche persone comuni.

 

E intervistare Rosy Russo soprattutto è ammettere che si tratta di una specie di intervista doppia. Accanto a lei infatti siede nella sede dell’Associazione, a Trieste, anche Tiziana Montalbano, che di Parole O_Stili è social media manager, ed è quindi colei che osserva il barometro delle reazioni delle persone, lo misura, ne tiene conto. E Tiziana interviene, precisa e suggerisce.

 

La mail ai 70 professionisti è dell’estate 2016 e il primo appuntamento a Trieste arriva nel febbraio 2017. Migliaia di persone, ospiti, grande attenzione dai media, Gianni Morandi come testimonial. Poi la traduzione del Manifesto in 21 lingue, 30mila studenti e una copia in tutte le scuole d’Italia, e adesso una versione dedicata alle aziende. Nel futuro l’apertura all’Europa, portare il Manifesto in un ambito ancora più ampio, internazionale.

 

“Ci siamo resi conto immediatamente che le reazioni erano importanti, non solo e non tanto per i numeri che pure sono clamorosi, quanto perché le persone cominciavano a usare il Manifesto, lo usavano e facevano delle cose. Gli insegnanti se ne servivano per spiegare e per comunicare in classe, addirittura per raccontare episodi dolorosi. Ma non solo. Ci arrivavano foto con il Manifesto negli ambulatori, negli alberghi, nelle scuole ovviamente”.

 

La chiave del successo sembra essere proprio la facilità con cui le persone colgono la portata dei 10 principi.

“La semplicità è un’apparente semplicità e nasconde un grande lavoro sulle parole condotto nel tempo da Annamaria Testa. Oggi ci rendiamo conto che ciascuno è in grado di leggere il Manifesto sulla base delle proprie esigenze: un bambino coglie alcuni elementi, l’insegnante altri, uno psicologo si serve e interpreta i principi sulla base del proprio lavoro e così i manager delle aziende”.   

 

Con il successo sono arrivate le critiche e in effetti la vetta di una comunicazione non ostile in rete sembra essere un miraggio, un obiettivo troppo ambizioso.

“Si tratta di una sfida affascinante, ma non è una un modo di dire e nemmeno una sfida senza concretezza. Tante volte mi sono seduta a terra, in mezzo a decine di ragazzi delle scuole medie, e il Manifesto diventava il punto di partenza di una discussione infinita: non la smettevano più di parlare. Questo nostro è un modo di fare una cosa in cui crediamo, di migliorare l’online, seminando attraverso l’educazione”.

 

Educare a cosa?

“Alla consapevolezza: la consapevolezza dello spazio digitale. È questa la chiave. La nostra idea è quella di lavorare e provare crescere come cittadini digitali responsabili”.

 

Dopo l’ambito educativo, quello politico e della pubblica amministrazione. Adesso, da giugno, una nuova frontiera. Come si declina il Manifesto nelle aziende?

“Parole O_Stili è un progetto culturale che è diventato con il tempo un progetto formativo e nelle aziende l’elemento formativo è essenziale. L’idea è quella di aiutarli a essere consapevoli di come funziona lo spazio digitale, di come funzionano gli algoritmi”.

 

Sorgenia ha aderito al Manifesto per le aziende.

“Con Sorgenia metteremo in piedi un percorso formativo. Abbiamo appena iniziato e l’idea è quella di partire dai principi del Manifesto e provarli a declinare nelle singole realtà aziendali”.

 

Chi sono gli interlocutori nelle aziende?

“L’idea è quella di parlare sia a tutte le persone, alla comunità aziendale che ai manager. Al temine del percorso formativo e di sensibilizzazione l’azienda riceve una certificazione dall’Associazione. Non è solo un timbro è l’attestato di preso parte a un percorso che promuove una cultura della comunicazione”.

 

Quali difficoltà incontrate nel promuovere questo tipo di iniziativa presso le aziende? 

“La risposta da parte del mondo delle imprese è stata più che positiva. Ci sono molte aziende che ci hanno contattato e altre che lo stanno facendo. Certo a volte penso - spiega pesando le parole Rosy Russo - che Facebook, in generale i social network sono poco abitati da molte persone che avrebbero molto da dire ma preferiscono non dire queste cose proprio lì dentro. Forse è una questione di snobismo oppure di paura che il proprio discorso possa risultare inquinato, possa venire compromesso dalle parole tossiche che talvolta ammorbano i social network”.

 

Abbiamo già detto della difficoltà, e risulta evidente quanto la stagione che stiamo vivendo sia attraversata - a ogni livello - da una comunicazione più che ostile: molti sentono il bisogno di parlare in maiuscolo, che nel web equivale a urlare, di aggiungere punti esclamativi, di ripetere e allungare una parola con tante vocali in chiusura, per sturare le orecchie a chi fosse duro di comprendonio.

“È vero, lo stile comunicativo del presente sembra essere l’opposto di quello che proponiamo noi. Però esiste un’altra parte, non solo persone e associazioni, non solo le scuole, ci sono molte aziende che non si specchiano in questo modo di comunicare. L’altra parte è chi parla alla pancia, con la pancia, ed è un modo molto efficace, uno stile che produce effetti. Per fortuna c’è chi si oppone anche nel mondo delle imprese e credo che la componente aziendale possa avere una funzione molto importante nel nostro progetto”.

 

Anche nelle imprese qualche problema si manifesta però.

“In generale non stiamo vivendo un tempo dell’ascolto. Dobbiamo imparare ad ascoltare ad ogni livello, anche a quelli più alti. Pure nelle aziende spesso l’ascolto è un fatto formale, si inviano mail con molti in copia. Però, in realtà, ascoltare significa essere disponibili a ripensare i propri punti di vista e le proprie scelte”.

 

Dalla mancanza di ascolto derivano molte conseguenze.

“La più importante è il non saper argomentare, non saper organizzare un discorso, non saper motivare le proprie scelte. A quel punto risulta evidente che è più facile insultare che argomentare, no? Ecco la vera ragione per cui abbiamo scritto il Manifesto in linguaggio accessibile a tutti: occorre proporre cose che le persone siano in grado di capire, di fare proprie.

 

 

Colpisce una dose inguaribile di ottimismo tenace. Al muro di questo loft triestino campeggia il Manifesto con i suoi 10 principi che sembrano essere una delle poche frontiere alle urla per iscritto che invadono lo spazio dei social network. L’associazione ha realizzato un libro di racconti scritti da 10 scrittori italiani, dalla fresca vincitrice del premio Strega Elena Janeczeck a Tommaso Pincio, da Simona Vinci a Giuseppe Genna. Un libro, in collaborazione con il Salone del libro di Torino, che gli insegnanti potranno scaricare gratuitamente.

Si ritorna sempre alle parole. Al gusto delle parole pronunciate mentalmente in quel processo silenzioso che è la lettura.

 

“Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Sì questa metafora la conosciamo tutti - aggiunge Rosy Russo con un sorriso - ed è più che calzante”