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Il sogno di Leonardo Di Chiara: “aVOID”, una casa piccola per un mondo grande

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Nuove esigenze, nuovi desideri e nuovi sogni concentrati in 9 metri quadrati: la Tiny house per i nomadi di domani

Un’abitazione ampia, spaziosa, magari con un giardino e grandi finestre dalle quali entri tanta luce. Se questo era il sogno dei genitori dei millennials, ora non è più così. I ragazzi si muovono, il raggio d’azione della loro professione non è più il proprio Paese ma l’Europa e il mondo intero. Per questo nascono nuovi desideri e nuove esigenze, a partire dall’abitazione.
Queste idee hanno ispirato Leonardo Di Chiara, 28 anni architetto e ingegnere con la passione per il microliving, ovvero la progettazione di spazi attraverso lo sfruttamento degli ambienti molto piccoli. Leonardo si è inventato “aVOID” una piccola casa, Tiny house, di 9 metri quadrati nella quale vive e con la quale gira in Europa e nel mondo per lavoro, e anche per promuovere il suo prototipo.
“Un esperimento” - così lo percepisce l’orgoglioso ideatore della prima Tiny house made in Italy - che prova a guardare oltre l’orizzonte temporale e geografico del nostro Paese, anche cercando di capire come cambieranno nei prossimi decenni le necessità dei nuovi nomadi: professionisti, studenti e chiunque non si lasci imbrigliare dai concetti di radici e confini.

Ci spieghi in poche parole cos’è “aVOID Tiny House”?

Tiny House significa piccola casa o casa minuscola. La mia è un’abitazione che misura 9 metri quadrati e si differenzia dalle altre soluzioni abitative proprio per lo spazio ridotto. La caratteristica principale è la dimensione, inferiore rispetto a un’abitazione normale: se ad alcuni bastano 9 metri quadrati, ad altri, per esempio a una famiglia, ne servono 40. Il mio prototipo si chiama aVOID per due ragioni. Prima di tutto perché in inglese void vuol dire vuoto e la mia casa è concepita come uno spazio completamente vuoto con gli arredi a scomparsa all’interno dei muri. Poi perché aVOID in inglese significa “evitare”, con questa casa volevo differenziarmi dal modo standard in cui sceglie di vivere chi affitta un appartamento invece che costruirsi la propria casa.

Per chi è pensata la tua Tiny House?

La mia Tiny House è pensata per chi fa del nomadismo e del minimalismo il suo stile di vita. Quindi per chi ha bisogno di poco, pochi metri quadrati e pochissimi oggetti per poter essere più leggeri, perché si sposta. La mia casa ha le ruote, ma potrebbe anche non averle; le pareti sono grigie, completamente vuote, di gusto estetico estremamente minimale. È rivolta a chi vive da solo, ha una camera unica con un letto singolo con la possibilità di farlo diventare doppio, ma sicuramente non è rivolta alle famiglie.

Quale potrebbe essere un suo impiego attuale e uno futuro?

L’impiego attuale, in Italia, è molto difficile perché, per quanto riguarda le abitazioni mobili, le normative sono molto restrittive. Nel futuro sono certo che sarà impossibile slegare l’abitare dalla mobilità, uno influenzerà l’altro e forse diventeranno una cosa sola. Questo perché la società va sempre di più verso un modo di vivere legato al nomadismo. Direi in particolar modo per i professionisti, gli studenti e chi vede come raggio d’azione della propria professione tutto il mondo... un po’ quello che sta succedendo anche a me. Quindi le case su ruote potrebbero diventare uno strumento per agevolare gli spostamenti di questi nomadi da un posto all’altro. Non è importante che siano spostamenti di lunga distanza, potrebbero essere anche all’interno dello stesso Paese.

Se parliamo di attualità le Tiny house sono applicabili all’universo del turismo: ad esempio, per la creazione di strutture alberghiere composte da tante Tiny house che possono essere unite o dislocate in un territorio più vasto. Questo eviterebbe la necessità di costruire edifici permanenti, penso soprattutto alle zone naturalistiche che sottostanno a vincoli particolarmente rigidi.

Cos’è l’idea dei “migratory neighborhood”?

L’idea è nata da una domanda: “dove si fermeranno le persone che posseggono Tiny house”? A questa esigenza dovrebbero rispondere i quartieri migratori, o migratory neighborhood: nelle grandi città dovrebbero essere predisposti degli spazi ad hoc, i quartieri migratori appunto, per poter ospitare chi vive in una casa mobile. Queste aree potrebbero essere anch’esse mobili a seconda delle stagioni e della eventuale necessità di utilizzare un determinato territorio. Per questo parlo di quartieri migratori, proprio per paragonarli ai flussi migratori degli uccelli che si spostano a seconda della stagione alla ricerca di cibo. Le Tiny house, invece, si spostano alla ricerca di aree inutilizzate per poterci vivere. In estate, per esempio, le scuole e le università sono chiuse, i parchi di queste strutture potrebbero ospitare le Tiny house. In inverno potrebbero essere utilizzate aree all’interno di grandi parchi urbani.

Sta nascendo un nuovo modo dell’abitare?

Questo modo di abitare è ancora limitato al nord Europa, in Italia siamo ancora pochissimi: qualche giorno fa ho saputo che ci sono due ragazze che vivono insieme in una Tiny house in Puglia però, a parte questi esempi, in Italia ci sono solo io. In nord Europa c’è chi vive nelle Tiny house anche nelle città e si organizza in maniera autonoma in luoghi che riesce a trovare in base alle proprie conoscenze, ma non c’è una struttura o un’offerta di aree messe a disposizione.

Com’è la situazione in Italia?

In Italia c’è interesse per questo movimento ma non ci sono ancora stati sviluppi concreti. In Europa, soprattutto in Germania, dove ho lavorato per diverso tempo e ho anche esposto il mio prototipo, c’è stato un passaggio dal sogno alla realtà. Molte persone sono arrivate a costruire la propria Tiny house o ad acquistarla, ci sono molte falegnamerie che iniziano a produrle in maniera artigianale. Sono utilizzate soprattutto in campagna, in città è più difficile individuare degli stalli; ma in grandi città come Berlino, Amburgo, Monaco conosco casi di persone che, come me, vivono in Tiny house in contesti urbani. L’assenza di stalli disponibili, quindi di quartieri migratori, all’interno delle città rende difficile la diffusione di queste nuove abitazioni.

Ad oggi spaventa l’idea di non sapere dove posizionare la Tiny house nelle città: questa è la domanda che più frequentemente pongono i Tiny houser potenziali alla nostra associazione Tiny house University nata proprio per provare a rispondere a dubbi come questi. In Germania c’è un mio amico, Enrik, che ha avviato un crowdfunding per lanciare una campagna che possa cambiare la normativa vigente in modo da concedere agevolazioni ai proprietari di terreni che volessero metterli a disposizione dei Tiny houser. Questo in Germania ha una voce perché il numero dei Tiny houser è consistente. In Italia sarebbe impensabile.

Hai trovato riscontri positivi nel tuo tour all’estero? Ci sono esperimenti di successo simili al tuo oltre i confini nazionali?

I riscontri del mio tour sono stati molto positivi. Io ho esposto in Germania e Svizzera e quello che mi ha colpito è stato l’apprezzamento espresso nei confronti del design e, in particolare, del fatto che fosse un design italiano. Viaggiando ho scoperto quanto valore abbia all’estero il made in Italy. Tutti mi dicevano “si capisce che è una casa ideata da un italiano, con una sensibilità italiana, per la scelta delle proporzioni e dei colori”.

Chi si è dimostrato più interessato alla tua proposta?

I riscontri positivi sono soprattutto venuti da due fasce di età: i giovani under 35, uomini e donne over 55. I più giovani si sono mostrati interessati perché si trovano nel delicato momento in cui scegliere dove abitare ed oggi è molto difficile pensare di mettere radici in un solo posto; anche per questo la casa su ruote affascina: risponde a questo stile di vita nomade.

Invece la seconda fascia d’età, gli over 55, hanno il desiderio di cambiare vita e di godersi la pensione. La casa su ruote è un po’ un sogno, un tuffo nei ricordi dell’età giovanile, quella in cui tutto sembra possibile. Moltissime persone che acquistano Tiny house in Germania sono over 55 e molti visitatori interessati sono persone adulte.
All’estero ci sono molti esperimenti di successo, in particolare in Germania, in Svizzera, in Austria, tante persone hanno trasformato il proprio progetto in startup che vendono queste case. Io sto vivendo una fase sperimentale del mio progetto e non è detto che il suo esito sia la produzione di una casa su ruote.

Come cambierà, secondo te, l’idea della casa come spazio d’intimità nei prossimi 10 anni? Quali sono le direttrici più significative?

Credo che le direttrici saranno tre:

  1. casa come servizio e non come bene
  2. riuso dei vecchi appartamenti con ristrutturazioni che riducano la metratura della singola unità
  3. condivisione.

Nei prossimi 10 anni sarà più frequente affittare un appartamento e non acquistarlo. Questo perché il nostro stile di vita richiede una flessibilità maggiore. La casa sarà dunque vista sempre di più come un servizio e non come un investimento. All’epoca dei miei genitori comprare una casa era un passo obbligato, oggi questo non succede più.

Immagino che nei prossimi anni ci saranno delle società che venderanno una certa percentuale di capitale (dell’immobile, ndr), quindi l’inquilino sarà un socio e non un proprietario/affittuario che avrà a disposizione un’abitazione a scelta in un parco case distribuito in tutta Europa.

In Italia si è ridotto abbastanza il numero di nuclei familiari superiori a due persone, le nostre case saranno di più e più piccole. Ci saranno tanti interventi sull’edilizia esistente perché gli appartamenti grandi non funzionano più, non servono più e quindi sono sicuro che sarà incentivato il riutilizzo dei vecchi edifici.

E poi c’è la sharing economy, qui penso ai co-living (vere e proprie abitazioni attrezzate dove si diventa coinquilini e colleghi, ndr) che in Italia però sono ancora sperimentali e relativi alle grandi città.

Foto di copertina: Leonardo Di Chiara