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Gender pay gap, perché le donne guadagnano di meno?

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Secondo le ultime statistiche per colmare il divario potrebbe essere necessario più di un secolo. Chiara Vannoni: “Non è un problema di leggi, ma culturale”

La disparità di trattamento economico tra uomini e donne che ricoprono gli stessi incarichi professionali è una delle diseguaglianze che anche le istituzioni stanno iniziando a prendere in considerazione e a contrastare. Un primo passo verso un cambiamento culturale per l’effettiva parità che, al di là degli annunci, in Italia stenta a realizzarsi. E che mette le donne nella condizione di guadagnare in media il 10% in meno dei loro colleghi, per un divario che è stato approssimato dalle ultime rilevazioni a circa 2.700 euro lordi annui. Ma alcuni segnali di cambiamento iniziano a essere ben visibili, e potrebbero portare a novità importanti.

QUALCOSA STA CAMBIANDO: AUMENTA LA CONSAPEVOLEZZA

“La sensazione è che sia cambiata la percezione del problema, nel senso che oggi appare ormai chiaro a tutti che, a parità di mansioni, la donna guadagna meno dell’uomo. La consapevolezza è maggiore soprattutto nelle generazioni che in Italia consideriamo giovani, quelle delle persone a ridosso dei 30 anni, soprattutto se si affacciano al mercato del lavoro dopo un percorso di studi di alto livello, con la laurea o un dottorato”, spiega Chiara Vannoni, avvocato specializzato in diritto del lavoro e consigliere di parità della città metropolitana di Milano.

RIMANE L'OSTACOLO CULTURALE

Il vero problema che impedisce di superare questo divario retributivo, sottolinea Vannoni, è soprattutto culturale: “Il problema del gender pay gap - spiega - viene percepito come una conseguenza della minore disponibilità che una donna, sopratutto se cura la famiglia, ha nei confronti del lavoro. Generalmente si pensa che un uomo guadagni di più perché fa più straordinari. È una logica che rimane ancora oggi legata a criteri di quantità e non di qualità del lavoro”.

“Un uomo e una donna che si affacciano al mondo del lavoro con lo stesso curriculum scolastico - aggiunge Vannoni - sconteranno il fatto che l’uomo verrà inquadrato a un livello più elevato e già in partenza potrà avere una retribuzione maggiore. Fatto che, indirettamente, avrà altri effetti; tra questi, per esempio, un maggiore accesso alla formazione on-job e quindi, probabilmente, una corsia più rapida nella progressione della carriera. Per questo è irrealistico ricondurre la situazione al fatto che il gender pay gap esista perché qualcuno lavora di più e qualcun altro di meno”.

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LA POSIZIONE DEL GOVERNO

A dare un segnale di attenzione verso questo problema è stato poche settimane fa il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, durante il discorso con il quale ha chiesto la fiducia alle Camere, facendo espressamente riferimento al Gender pay gap e annunciando che il Governo ha intenzione diintrodurre una legge sulla parità di genere nelle retribuzioni: è una battaglia - ha sottolineato - che vogliamo portare a termine al più presto in omaggio a tutte le donne”.

“Il rischio è che possa essere una buona intenzione che però non centra il problema - argomenta Vannoni - Il principio di parità di genere nelle retribuzioni, infatti, esiste già nel nostro sistema legislativo. Certo si può rafforzare, ma le nostre regole, che sono armonizzate con quelle europee, sono già ricche e ben strutturate. Molto dipende dalla priorità che viene e verrà data a questa questione, al di là dell’attività legislativa. Ciò che in generale non viene colto è che, se il gender pay gap si risolvesse, questo innescherebbe un circolo virtuoso per l’economia nazionale e avrebbe riflessi positivi sul Pil. In generale le grandi aziende hanno iniziato a muoversi in questa direzione per limitare o eliminare le discriminazioni - prosegue - Ma il problema dell’Italia è che il nostro tessuto economico è sostenuto in maniera determinante dalle piccole e medie imprese, dove fare questo salto culturale rimane ancora oggi molto complicato”.

FOCUS SUI SALARI  

Gli ultimi dati disponibili sul gender gap in Italia risalgono a luglio, e sono stati elaborati da Job Pricing anche sulla base del Global gender gap report (rilevamenti 2018) diffuso dal World Economic Forum. L’Italia si piazza al 118esimo posto su 144 paesi presi in considerazione dalla ricerca. La fotografia scattata da Job Pricing, che all’interno di JobValue Human Capital Consulting si occupa dell’analisi delle retribuzioni nel settore privato, fissa in 108 anni il tempo che sarà necessario per colmare questo gap.

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LA SITUAZIONE IN ITALIA

Secondo Eurostat, inoltre, nel campo dell’equità delle retribuzioni l’Italia è al 17esimo posto sui 24 Paesi europei presi in considerazione dalla sua rilevazione, mentre rimane bassa la possibilità di accesso delle donne alle posizioni apicali, soprattutto nel settore privato.

Così dal 2008 al 2018 (dati Istat) la percentuale di dirigenti donna è passata dal 27% al 32%, mentre tra i quadri è salita dal 41% al 45%. Ma se si considera soltanto il settore privato, le percentuali scendono al 15% per i dirigenti donna e al 29% per i quadri.

FORBICE PIÙ AMPIA SE IL LIVELLO CONTRATTUALE È PIÙ BASSO 

Una dinamica interessante è quella che vede crescere la differenza di trattamento economico tra uomini e donne man mano che diminuisce la categoria contrattuale: il gender pay gap risulta infatti essere più accentuato per gli operai e gli impiegati che per i dirigenti e i quadri

Un dirigente donna, in Italia, guadagna infatti circa 7.700 euro lordi in meno del collega uomo (94.315 Euro, contro 103.405 Euro): circa il 9,6% in meno. Per i quadri la differenza tra i due salari scende al 4% (52.494 Euro contro 54.600 Euro).
Il gender gap è più alto, invece, per impiegati ed operai: le donne guadagnano rispettivamente circa il 9,4% (29.513 Euro, contro 32.289 Euro) e il 10,8% (23.183 Euro, contro i 25.681 Euro) in meno rispetto ai propri colleghi uomini.

Dalle rilevazioni di Job Pricing emerge poi un’altra asimmetria indicativa: quando sono gli uomini a guadagnare più delle donne, il gap a loro favore può arrivare al 20%. Ma nei casi in cui sono le donne a essere pagate più dei colleghi uomini, la forbice si stringe al massimo a una differenza dell’8%.

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I PERCORSI DI STUDIO

Infine un aspetto interessante emerge dai percorsi di studio: se da una parte le donne in Italia studiano più degli uomini, tanto da rappresentare (dati 2018) il 58% dei laureati nel nostro paese, sembrano però prediligere ambiti in cui le prospettive di occupazione e di retribuzione sono minori: così il gender pay gap risulta essere più alto tra i laureati che tra i non laureati. Soprattutto in Italia si sconta il fatto che le donne siano poco propense a scegliere percorsi di studio in cui le prospettive di salario e di avanzamento di carriera sono in generale più alte, vale a dire quelli delle materie Stem (Science, Technology, Engineering e Math). Ed è proprio su questo tema che alcune figure di rilievo su scala planetaria, come Melinda Gates, hanno dato vita a vere e proprie campagne.

UN "FRIDAYS FOR FUTURE" PER LA PARITÀ DI RETRIBUZIONE

“Questo genere di sensibilizzazione può essere molto utile - afferma Chiara Vannoni - In realtà Melinda Gates non ci racconta niente di nuovo, ma è in grado grazie alla sua visibilità di mettere questo tema al centro dell’attenzione e del dibattito pubblico. Purtroppo in Italia non abbiamo esempi di questo genere, anche se di donne che potrebbero mettere la propria forza e la propria autorevolezza a disposizione di questa causa ce ne sono diverse. Un personaggio che ha un’influenza pubblica forte può portare l’argomento al centro dell’attenzione. Sarebbe bello che si creasse un movimento simile a ‘me too’ o a ‘fridays for future’ anche attorno al tema del gender pay gap, con tutti i distinguo del caso, per far diventare il tema virale".