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70 anni di Zeman, 5 lezioni di vita (e di sport) del boemo

Un filosofo del calcio, diventato un’icona per le generazioni stregate dal suo mitico Foggia. I suoi insegnamenti oltrepassano i confini del rettangolo di gioco

Oggi compie 70 anni Zdeněk Zeman. Il suo 4-3-3 ultra offensivo ha segnato la storia del nostro calcio e fatto divertire gli amanti di questo sport. Le sue considerazioni caustiche hanno fatto la fortuna di generazioni di giornalisti sportivi. La sua schiettezza gentile gli ha fatto guadagnare, probabilmente, più nemici che amici.

Di un personaggio come Zdeněk Zeman è stato scritto tanto, sia da ammiratori che da detrattori. Perché uno così non lascia spazio all’indifferenza: o lo ami o lo odi. Una cosa mette d’accordo tutti: Zeman è molto più di un allenatore. E la sua, più che tattica, è una filosofia. Le lezioni che il mister ha espresso attraverso il calcio sono universali. Si spingono oltre il rettangolo di gioco. Ecco le 5 che abbiamo imparato a Zemanlandia.

 

CI VUOLE LA GIUSTA ENERGIA

Credeteci, non parliamo di energia solo perché questo è il magazine edito da Sorgenia. Lo facciamo perché la prima lezione del boemo ha a che fare con il sacrificio, con i duri allenamenti a cui ha sottoposto i suoi giocatori, con i famosi gradoni saltati a piedi uniti sotto il sole cocente. Celebre la sua frase: “Alcuni giocatori si lamentano che faccio correre troppo? A Pescara vivo sul lungomare, e ogni mattina vedo un sacco di persone che corrono. E non li paga nessuno loro”.

Perché il 4-3-3 sarà pure il modulo migliore per coprire il campo, come ha ripetuto più volte il boemo, ma per tenere i ritmi di gioco che il suo Foggia imponeva alle partite ci vuole tanta birra in corpo. Ci vuole la giusta energia. E questa ci sembra una lezione che va oltre il calcio.

 

BOMBER SI DIVENTA

Seconda lezione di Zeman: la retorica del predestinato è (parzialmente) falsa, bomber si diventa. È vero che qualcuno nasce con un piede migliore o un fiuto per il gol più spiccato. È vero anche, però, che il talento va coltivato con i giusti movimenti e con il giusto gioco.

Molti dei nomi degli attaccanti diventati grandi con Zeman avevano un talento cristallino, che però il Boemo ha saputo riconoscere e far fruttare. Una storia su tutte, quella di Beppe Signori che, appena arrivato giovanissimo dal Piacenza al Foggia, venne accolto dal boemo con un “benvenuto bomber”. La leggenda narra di un Signori che restò un po’ spiazzato: non è che fino ad allora avesse spiccato per reti segnate. Ma Zeman aveva capito tutto. Bomber fu.

 

La lista dei bomber di Zemanlandia è molto lunga e comprende giocatori del calibro di Ciro Immobile (28 centri con il boemo) e Lorenzo Insigne (18 gol). Ognuno di questi giocatori ha una storia da raccontare su Zeman, ma altre lezioni chiedono il loro spazio.

 

QUELLO CHE IMPORTA DAVVERO

La frase più bella del boemo, e anche una delle più celebri, recita “non importa quanto corri, ma dove corri e perché corri”. Un’altra nel podio degli aforismi zemaniani dice “il risultato è casuale, la prestazione no”. E poi ancora: “Se fai 90 gol non ti preoccupi di quanti ne prendi … penso che anche per i giocatori è più soddisfacente costruire piuttosto che distruggere. E per distruggere devi usare le maniere forti: e io sono un uomo di pace. In generale vorrei che la mia squadra riuscisse ad avvicinare la gente e dare delle emozioni”.

A rileggerle, le dichiarazioni del boemo, al netto di quelle su particolari episodi di questa o di quella partita, emerge una coerenza straordinaria: la sua filosofia è seguire fino in fondo le proprie priorità, siano morali o “solamente” sportive. Anche questa ci sembra una lezione non da poco, e soprattutto non solo calcistica.

 

NESSUNA PARTITA E’ PERSA

Capita di sentirsi spenti, senza energia. Capita di voler mollare. Capita di arrendersi quando è troppo presto per farlo, perché in fondo è più comodo così. Quando succede, la parte di noi che cerca di “svegliarci” cerca esempi positivi da seguire. Lo sport si presta bene, guardate ad esempio Le 5 imprese impossibili dello sport, da Leicester a Bebe Vio.

La storia di Zeman è piena di esempi illustri che insegnano che nessuna partita è persa fino a quando non è finita. La più memorabile è il derby della Capitale giocato il 29 novembre del 1998. Sotto 3-1, la Roma guidata dal Boemo riuscì a pareggiare la partita e rischiò addirittura di vincerla con un gol di Delvecchio giudicato (ingiustamente) non regolare. Di Lazio-Roma 3-3 se ne parla ancora all’ombra del Colosseo. Molto più che una partita: una lezione.

 

LE LEZIONI DI UNA SCONFITTA

La critica più diffusa tra i detrattori di Zeman è che non ha mai vinto niente (in effetti, con quella difesa…). Neanche a dirlo, il boemo ha trasformato anche questa costante nello spunto per una grande lezione. “Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti. Penso di aver dato qualcosa di più e di diverso alla gente”, recita un’altra frase dell’allenatore. E ancora: “Non c'è nulla di disonorevole nell'essere ultimi. Meglio ultimi che senza dignità.”